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19/02/2019   IL DUBBIO
  ''Dubitiamo di chi non dubita, perché o è uno stolto o un superbo… Insomma, dubito ergo sum!''

Il DUbbio: un nome davvero evocativo per la vostra band. Voi di cosa dubitate in particolare? ''Dubitiamo perché pensiamo, perché è giusto farsi delle domande per poi cercare le risposte, perché in questa epoca di false certezze dubitare è la cosa più naturale… Quindi dubitiamo anche di noi stessi, per non peccare di superbia; dubitiamo di chi non dubita, perché o è uno stolto o un superbo… Insomma “dubito ergo sum”!''.

Parlando della vostra carriera, in realtà voi, come musicisti, non siete proprio dei novellini, anche se con il progetto Il DUbbio siete agli esordi. Raccontateci com’è iniziata la vostra avventura nel mondo della musica. ''Parlo per me (Niko Lotti, voce/basso/synth): la mia avventura nel mondo della musica è iniziata a 14 anni, quando mi misero in mano un basso che non sapevo ancora suonare, visto che nella band dei miei amici mancava appunto il bassista. È stato subito amore a prima vista con questo strumento. Poi, pochi anni dopo, è iniziata l’avventura con la mia prima vera band, ovvero i La Musa, di cui ancora oggi porto con me i segni e le amicizie…''.

Il primo singolo de Il DUbbio, “Conto i passi”, è accompagnato da un videoclip davvero bello, quasi onirico, che disegna e mette in movimento bozze di idee ed emozioni evocate dal testo. Com’è nato questo video? ''Il videoclip è completamente farina del sacco di Domenico Velletri, regista del video nonché pittore e scultore. Quando gli ho proposto di realizzare un video per “Conto i passi” gli ho dato piena fiducia e totale libertà, sapendo che sarebbe stato in grado di comprendere fino in fondo il senso del brano e realizzare un lavoro che con le immagini fosse in grado di dar forza alla musica. E così è stato: come avete notato anche voi, Domenico si è pienamente immerso nel testo del brano e ha saputo creare un videoclip che ha valorizzato questa canzone a cui siamo molto legati''.

“Conto i passi” ha fatto da apripista all’album “Evoluzione”. Per questo disco si parla spesso di rock, per la precisione spoken rock, nella sua variante elettronica, ma ascoltando si comprende subito che il rock è più nell’attitudine che non nei suoni. Questi ultimi, invece, sembrano una sfida alla tecnologia, sperimentandone le infinite possibilità. Cos’è il rock, secondo voi, e quanto la tecnologia può prestarsi per rappresentarlo senza tradirne i presupposti? ''Domanda davvero difficile, bisognerebbe carpire la sottile linea distintiva tra i generi… Concordo sul fatto che il rock per noi è prima di tutto un’attitudine. Personalmente non ho mai apprezzato i brani da “primo ascolto”, perché generalmente sono carini ma non lasciano il segno… La sfida è stata proprio la ricerca di suoni sempre nuovi e freschi, per rendere armonioso qualcosa che all’inizio è solo un racconto letto senza intonazione o una linea di batteria elettronica. Per questo abbiamo lavorato con suoni “tecnologici”, elettronici, prodotti con un semplice iPad, cercando il più possibile di restar fedeli alla nostra attitudine, per l’appunto rock…''.

Come nasce generalmente una canzone de Il DUbbio? ''Nascono tutte in maniera diversa, non c’è una vera e propria prassi nel creare un brano. Spesso nasce prima il testo e poi la musica, altre volte il contrario, altre volte ancora nasce da un mash-up di diversi riff che conservavo nel iPad. La cosa più importante è cercar di non fare mai qualcosa di forzato''.

Parliamo dei testi, che sono un aspetto importante e affatto secondario dei vostri brani. A chi vi ispirate quando li scrivete e quali sono le situazioni o le riflessioni che vengono più spesso narrate nelle vostre canzoni? ''Nei testi parliamo della realtà vista sotto ogni aspetto. Molti testi raccontano storie di amici e conoscenti, come “Giorgio”, che è la storia di un conoscente che ha deciso (o la realtà ha deciso per lui) di diventare un viandante; oppure “Vecchio Cinema”, che è la vera storia di una piccola sala cinematografica di Trani, la mia città. “Evoluzione” stessa, la canzone, è una mia personale riflessione sul mondo di oggi; “Amerika” è invece la storia di Valerio, che seguendo il sogno dello zio d’America vive la disillusione… Insomma, l’ispirazione principale più che un autore o un artista è semplicemente la realtà, nuda e cruda''.

Se doveste immaginare il concerto perfetto, con quali musicisti vi immaginereste sul palco? ''Se proprio dobbiamo sognare, mi piacerebbe inserire le mie basi ad un concerto dei Tool rincorrendo disperatamente i loro controtempi! Oppure mi piacerebbe leggere dei versi su un tappeto elettronico con dei violini suonati da Rodrigo D’Erasmo, con accanto Manuel Agnelli ed Emidio Clementi…''.

Chiudiamo con una domanda opposta alla prima: a volte dubitare (di sé stessi, per non peccare di presunzione, o delle proprie convinzioni, quando vacillano e cominciano a mostrarsi in qualche modo errate) è sinonimo di maturità, umiltà e crescita; altre volte però l’eccesso di dubbio toglie spazio alla fiducia. Quando, secondo voi, bisogna avere più fiducia che dubbi? ''La fiducia in sé stessi è importante, essenziale. Bisogna anche dare il beneficio del dubbio a tutte le convinzioni che si hanno tramite il dialogo ed il confronto con gli altri. Bisogna dubitare per arrivare a costruire una vera fiducia e le proprie convinzioni. Mai dubitare solo per creare altri dubbi. Come direbbe Il buon Manuel Agnelli: “Non lasciar che il tuo percorso ti divori il ventre / È la fine quella più importante” (tratto da ''Ballate per piccole iene'').

Grazie per il tempo che ci avete dedicato. (PAOLA RE)