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15/03/2019   GIANMARCO FUSARI
  ''Sono un accanito sostenitore del valore positivo dell’incertezza, se governata e non subita...''

Ciao Gianmarco. Benvenuto su Music Map. Come è nata la tua avventura nella musica? ''Ciao e grazie per la vostra attenzione. Direi in maniera piuttosto naturale, avendo avuto l’immensa fortuna di crescere accanto a un fratello maggiore dotato di buon gusto, cosa che mi ha permesso di ascoltare della buonissima musica fin da bambino. Ho cominciato a strimpellare la chitarra a otto anni, per poi passare al basso e al pianoforte. A partire dall’adolescenza ho cominciato a fare più sul serio, iniziando a scrivere e militando in diverse band per poi passare a un percorso da solista. Insomma, un tragitto abbastanza canonico''.

“La scatola dei soldatini morti” è il tuo nuovo singolo che qualche anno fa ha avuto riconoscimenti importanti. Di cosa parla la tua canzone? ''È molto complicato spiegare i testi delle canzoni e quasi sempre è l’autore stesso il meno indicato a farlo. Chiedo scusa se non sarò troppo esaustivo su questo punto, spero mi perdonerete. Senz’altro posso dire che è un brano che si presta a diversi livelli di lettura. Poi ogni ascoltatore può dare la propria interpretazione, come è ovvio e giusto che sia''.

Vuoi ricordarci quali sono stati i riconoscimenti ricevuti per questa canzone? ''Il brano partecipò a diverse rassegne tra il 2006 e il 2008. Il primo riconoscimento che ottenni fu il premio come “miglior testo” al Botteghe d’autore 2006. In seguito, arrivarono il Primo premio al Festival Nazionale di Musica d’autore e al Risonanze Unplugged 2007, oltre al Sing your Song 2008. Il brano ricevette anche un altro premio per il “miglior testo” al Palco in Piazza nel 2007''.

Da qualche anno, non vivi più in Italia. Da dove è nata l’esigenza di girare l’Europa? ''Dal desiderio di sentirmi straniero, in tutte le accezioni possibili, e di affrancarmi dai condizionamenti nei quali avevo vissuto per molti anni. Sono un accanito sostenitore del valore positivo dell’incertezza, se governata e non subita, e amo avere la possibilità di potermi reinventare ogni volta nei modi e nei luoghi che più mi affascinano. Finché le energie, anche fisiche, mi sosterranno, ovviamente''.

Stai portando avanti un progetto in cui reinterpreti i grandi della musica italiana come Paolo Conte. Conte ha influenzato il tuo modo di fare musica? ''Non molto, direi, in quanto la scoperta di Conte per quanto mi riguarda è avvenuta abbastanza tardi, quando ormai la mia educazione musicale si era già sviluppata intorno a riferimenti e schemi differenti. Tuttavia, Conte è uno degli autori per i quali provo più invidia in assoluto, un artista a cui sono sufficienti due o tre parole, o un accordo di pianoforte per catapultare l’ascoltatore in una sorta di mondo parallelo, squisitamente contiano, in cui non c’è null’altro da fare se non mettersi comodi e godersi lo spettacolo. Parliamo di un gigante assoluto''.

Riscontri differenze tra il pubblico italiano e quello di altri Paesi? ''Ricordo che all’epoca dei miei primi concerti in Francia, mi colpiva molto la religiosa attenzione del pubblico, un rispetto assoluto dell’artista riscontrabile anche in luoghi dedicati più che altro all’aggregazione e non specificatamente adibiti alla musica dal vivo. Mi capita ancora di provare sensazioni simili, tuttavia l’omologazione è inesorabile e, soprattutto nelle grandi capitali europee, si estende inevitabilmente anche ai gusti e ai comportamenti delle persone, per cui, a mio modo di vedere, anche questo tipo di differenze tenderanno sempre più a scomparire''.

Quali saranno i tuoi prossimi progetti? ''Oltre a fare concerti, sicuramente scrivere, scrivere e scrivere. E continuare a fare uscire le mie cose''.

Ci vuoi indicare tre motivi per cui chi cerca musica nuova dovrebbe ascoltare Gianmarco Fusari? ''Non saprei proprio. Posso dire che le mie canzoni necessitano senza dubbio di un po’ di tempo e di decantazione prima di essere assimilate. Richiedono un po’ di sacrificio, ma qualcuno potrebbe considerarlo un esercizio meritorio. Nello stesso tempo, la maggior parte delle mie canzoni sono molto brevi, quindi si infilano facilmente negli interstizi sempre più sottili del tempo quotidiano che abbiamo a disposizione. Il terzo motivo me lo sono dimenticato, ma invito volentieri l’ascoltatore a scoprirlo''.