Sono presenti 413 interviste.

05/09/2019
ALESSANDRA FONTANA
''Amo sperimentare perché solo così sento di poter trovare la mia essenza più profonda...''

03/09/2019
UNCLEDOG
''Il web ha devastato quella che era la solida trama della discografia del passato...''

tutte le interviste


interviste

11/07/2019   ANDREA LORENZONI
  ''Conoscere e coltivare le diversità musicali fa parte della mia maniera d’essere...''

Lo spazio interviste di oggi lo riserviamo al cantautore Andrea Lorenzoni che, in occasione dell’uscita del nuovo album “Senza fiori”, ci racconta curiosità e segreti di questo progetto e tanto altro.

Ciao Andrea. Chi è Andrea Lorenzoni? Quali sono i tuoi trascorsi artistici? ''Ciao Music Map. Sono poeta, cantautore e insegnante di sostegno nella scuola elementare. Ho pubblicato due libri di poesie: “Parlo dentro” per Prufrock spa Edizioni (2012) e “Piuma” per Arcipelago Itaca Edizioni (2018). Come solista il mio primo disco è stato “Mondo club”, pubblicato nel 2017. Il 3 maggio scorso è uscito “Senza fiori”, il secondo album. In precedenza la mia esperienza musicale più importante è stata quella nei Divanofobia: due ep (“Divanofobia” e “Tinnitus”) e un album (“I fantasmi baciali” - 2013). Nella dimensione della band cantavo, suonavo il basso e mi occupavo dei testi. Il singolo e videoclip dei Divanofobia fu “Non farti corrompere”. Già in quel progetto ero affascinato dalla ricerca e dal bisogno di contaminare la musica con la poesia contemporanea''.

“Senza fiori” è, appunto, il tuo secondo album: di cosa parla essenzialmente? ''“Senza fiori”, prima ancora che parlare di qualcosa, propone un modo di pensare, che vede nell’apertura alla diversità e nella capacità di vedere le cose da punti di vista diversi alcuni dei suoi cardini. Un altro fulcro importante è la promozione, attraverso l’arte, dell’uso del pensiero e della razionalità. Questi contenuti sono filtrati nell’emotività dei suoni''.

Le 10 tracce sono caratterizzate da vari tessuti stilistici: si odono echi di synth, rock, wave, punk ed accenni di spoken-word, segno di un’evidente ricerca: quanto ti impegna tutto ciò? ''Per ogni brano che ho messo in cantiere mi sono chiesto se a me piacesse e non se esso sarebbe potuto rientrare in un progetto di uniformità stilistica che mi rappresentasse sul mercato. Nel disco sono rientrati solo i brani che rispondevano a questo principio. Inoltre la diversità stilistica dei brani è di per sé uno dei messaggi artistici che voglio dare. Il mio album precedente è decisamente più uniforme - segno che so mettere in pratica anche altri metodi di lavoro. Non mi interessa escludere definitivamente e a priori qualcuno dalla fruizione della mia musica. Dietro alla mia arte c’è un pensiero etico, e conoscere e coltivare le diversità musicali fa parte della mia maniera d’essere''.

In un paio di brani (“Una visione” e “Il ventre della donna”) c’è l’ausilio di Giulia Barba al clarinetto basso. Perché questa scelta? ''Per questo album ho trovato importante lavorare con altri musicisti che fossero anche amici e artisti, non meri turnisti. Essendo Giulia mia concittadina, e apprezzando molto il suono caldo del clarinetto basso e del sax, ho deciso di scrivere negli arrangiamenti un paio di parti che potesse suonare lei. Lavorare con Giulia è stato per me molto bello ed arricchente dato che - oltre ad apprezzare la sua professionalità - ho potuto confrontarmi anche con la sua impronta jazzistica''.

Talvolta, nelle tue canzoni, si scorgono riferimenti a Calcutta, Cremonini, Battiato: sono anche questi i nomi dei tuoi principali ispiratori oppure altri? ''Tra gli artisti citati l’unico che ho ascoltato molto è Battiato. Diciamo che, più che ispirarmi, mi esprimo come mi viene naturale fare, e quindi non sento di avere dei veri e propri artisti ispiratori''.

Per te cosa rappresenta la musica: emozione, esigenza imprescindibile, autoanalisi o cos’altro? ''La musica in generale per me rappresenta bellezza, dove bellezza sta anche per stupore per le capacità e le qualità umane. Certamente essa ha un incredibile effetto sull’umore e questo la rende, alle mie orecchie, magica. Senza dubbio, per quel che mi riguarda, è anche un’esigenza imprescindibile. Alla fine del processo compositivo, e anche durante il lavoro compositivo, la musica - e in particolar modo la canzone - può diventare occasione di autoanalisi, ma per me tale aspetto non è un elemento principe ma solo un ulteriore motivo di fascino per questa arte meravigliosa''.

Non si dovrebbe fare preferenza tra le canzoni, però è anche vero che in almeno una, ci sia un significato particolare. A quale sei legato di più e perché? ''La summa concettuale dell’album probabilmente è racchiusa nel brano “Il pensiero dell’uomo”: in esso c’è una successione armonica dal sapore classico e vengono affrontati i temi per me più importanti del disco, e cioè il rapporto uomo-donna, la religione vista come “opera d’arte”, l’omofobia, il razzismo, la razionalità, il disturbo psichico, la cultura civica per la convivenza, la consapevolezza, il rapporto fra teoria e pratica. Il pezzo che invece riesce, forse, ad essere un summa non solo concettuale ma al contempo anche emotiva dell’album, è “Su come puntini”''.

L’album è uscito per la Dimora Records / New Model Label. Come vedi il futuro delle etichette discografiche e, in generale, il panorama underground? ''Non mi sento di avere tutti gli elementi per dare una risposta completa e risoluta sull’argomento. Quello che posso dire è che ognuno dovrebbe ricoprire con responsabilità il proprio ruolo: gli artisti fare gli artisti e le etichette discografiche fare le etichette discografiche. Credo che tutte le etichette dovrebbero investire economicamente negli artisti che valutano come meritevoli - per qualità artistiche e professionali - realizzando per l’artista, preliminarmente, un progetto chiaro e completo che includa gli aspetti discografici, promozionali, concertistici, legali ed economici, assumendosene la responsabilità. Se in un’etichetta non è presente tale serietà, integrità morale, “deontologia professionale”, questa dovrebbe chiudere i battenti e lasciare lavorare le altre. Meglio per un artista non avere l’etichetta che avere un’etichetta che in realtà non lo è. La diffusione di un sistema basato sui valori di cui ho detto, credo garantirebbe più fama alla qualità musicale e minore presenza di finti artisti. Penso che il futuro delle etichette e del panorama underground sarà positivo nella misura in cui, sin da subito, si diffonderà un approccio serio e maturo. In egual modo i sedicenti artisti devono assumersi, io per primo, le proprie responsabilità, mettendosi in discussione con onestà intellettuale e prendendo sempre più consapevolezza di sé e della propria produzione musicale, imparando a valutarne con maggiore obiettività possibile il valore artistico''.

Salutiamo Andrea Lorenzoni, con il sincero auspicio che possa proseguire la sua ricerca del buon gusto scritturale, per continuare a ritagliarsi una signorile fetta di un cantautorato lontano da schemi consueti e dozzinali.