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21/07/2019   IL DINOSAURO E I MANICHINI
  ''Nonostante le tecnologie, le frenesie e il mondo moderno, la terra ti ricorda la naturalità delle cose...''

Lo spazio interviste di oggi è dedicato all’artista veronese Andrea Campostrini che fa capo al progetto Il Dinosauro e i Manichini, nel quale ci darà modo di saperne di più sul nuovo album omonimo.

Benvenuto Andrea. Ci parli un po’ di te e della tua formazione artistica? ''Ciao, ho cominciato come autodidatta a studiare batteria per poi proseguire gli studi con vari maestri e con la banda del paese, che mi hanno aiutato molto a livello teorico e di musica d’insieme, il tutto affiancato intanto da qualche gruppetto con cui fare pratica tra prove e baretti, sempre come batterista. Il primo progetto un po' serio furonono i “Goodhill”, il cui nome stava per “Dossobuono”, il paese in cui vivo, cose tra amici, poi ho cominciato a scrivere un po' di cose affiancando la chitarra come strumento melodico''.

Nella tua ideologia c’è il doppio concetto: un po’ band, un po’ solista e mai appannaggio totale per l’uno o per l’altro. Perché? ''Mah, perchè il disco è un po' registrato da band, nonostante ora io mi affacci a questo nuovo progetto in maniera solista, ma non solo per eccedere in questa sensazione ma proprio perchè dietro mi hanno dato una mano un sacco di amici... Certo più avanti, se ci saranno le condizioni adatte, l'idea è di offrire anche nei live questo mood con gli amici che mi hanno accompagnato in questo progetto, da Alessandro Bussola, che con la chitarra mi accompagna dai Goodhill citati prima, e che è stato presente nel disco ed è presente come amico, ad altri amici musicisti e non. Punto sul fatto che "Il Dinosauro e i Manichini" siano una band anche per quei "non" musicisti, cioè scrivendo cose molto quotidiane qualsiasi musa all'interno di una canzone per me è parte della band, e gliene sono grato, io sono solo il mezzo finale con cui un amico, un amore, uno sguardo, un qualsiasi cosa diventa una canzone. Poi ci sono gli amici che mi danno una mano con i video, magliette, copertina disco, strumenti etc. Siamo tutti una banda''.

Nel tuo background si annovera la militanza nei Nom De Plume: quanto è durata questa esperienza ed il genere trattato era diverso da quello attuale? ''E' durata all'incirca tre anni, grosso modo il genere era molto simile, forse era un po' più folk perchè c'era più legno, avendo nel trio un violino e un clarinetto che addolcivano le sonorità, accompagnate da un'altra chitarra e tastiera. L'idea di quel trio, ora che lo vedo da fuori, mi ha sempre fatto impazzire, lo sviluppo delle idee mi piacevano ed ero affiancato da ragazzi che con la musica ne sanno a pacchi, poi proprio per questo motivo siamo arrivati ad un punto stagnante tra esami di conservatorio, accademie e vari impegni, quindi abbiamo deciso di terminare il percorso piuttosto che affogare l'esigenza compositiva, ci resta un bell'ep di ricordo''.

Alla produzione di questo esordio cantautorale, c’è l’istrionico producer Alberto Nemo. Che consigli ti ha dato per la finalizzazione del progetto? ''Con Alberto è stato amore e odio, abbiamo due belle teste d'acciaio e lavorare insieme non è sempre stato facile, doveva farmi da produttore ma avevo delle idee già molto chiare di quello che volevo fare, i pezzi e le demo portate a Rovigo prima del disco avevano già un anima e un entità: alcune suonavano molto simili a quello che poi è stato il risultato finale, così è passato da producer a consigliere e strumentista. Avere lui in studio è stato come avere una band perchè, tra chitarre, bassi e tastiere, riusciva ad arrivare dove non arrivavo io tecnicamente. Per quanto riguarda il produttore, o lui non era ancora maturo e affine come gusti per questa figura per me, o io ero il problema e non riuscivo ad aprirmici...''.

Perché hai scelto il nome di Il Dinosauro e i Manichini e perché ci tieni a definire i tuoi testi “terreni”? ''Il dinosauro rappresenta il passato, un qualcosa di estinto che vediamo ancora come mito, e se lo vediamo come tale un po' lo rimpiangiamo, ma non facciamo nulla per ritrovare quella purezza che ci raccontano libri e documentari. I manichini siamo noi in un mondo troppo saturo di apparenza e poca sostanza. Il fatto dei pezzi terreni è proprio perchè la terra per me rappresenta quella palla di vetro dove mi rifugio, lavorandola per professione e per passione, mi rilassa perché, nonostante le tecnologie, le frenesie e il mondo moderno, la terra ti ricorda la naturalità delle cose, il ciclo... potrai avere mezzi performanti e lavorare nell'agricoltura e zootecnia più d'avanguardia del mondo ma i tempi, per quanto tu possa spingere, li detta sempre la terra, vivendo in questo settore capisci che sei in balia del caldo, del freddo, dell'acqua, del clima e delle stagioni, per quanto pazze siano diventate, non sei mai onnipotente su una situazione così ed è una grande lezione di umiltà''.

Nell’ampia miscellanea di stili espressi nella tracklist, dal cantautorato al pop-rock, al punk, al minimal, qual è quello che senti più vicino e perchè? ''Tornando al fatto della essenzialità mi sento più vicino al cantautorato, ma per il semplice fatto che è quello che mi ha dato più possibilità di esprimermi nonostante non sia un chitarrista eccezzionale. Avevo la saletta dove suono la batteria che cominciava ed essere un po' troppo piena di fogli con testi sopra, ho comprato una chitarra che non sapevo utilizzare al momento dell'acquisto, vedevo la chitarra come uno strumento completissimo ed eccezionale perchè racchiude ritmica, melodica e percussione in un pezzo di legno leggero e portatile, e ho cominciato a dare un senso alle parole''.

Quali sono i tuoi principali ispiratori? Esempio, abbiamo riscontrato riferimenti a Motta in “L’intimità delle stelle” o a Rino Gaetano in “Amore e odio”. In chiusura, accennaci anche dei tuoi progetti futuri. ''Non sei il primo che mi nomina Motta, ma sinceramente all'inizio del mio approccio alla scrittura non era presente tra i miei ascolti, diciamo che sono partito dai mostri sacri della nostra canzone d'autore, e sarebbe banale citarli... Per quanto riguarda poi le influenze più pratiche avvenute dal mondo underground, i più influenti sono stati gli Zen Circus, conosciuti dopo che ho fatto sentire 2 dei miei primi pezzi a un amico che mi rispose: "sai, sei molto Appino". Di consequenza è stato amore al primo ascolto, poi Brunori, Brondi, Afterhours, Van de Sfroos e così via. Progetti futuri, sicuramente altre registrazioni o un ep o un disco, del materiale c'è già ma prima facciamo girare un po' il primo disco per un annetto poi l'anno prossimo si vedrà''.

Ringraziamo Andrea Campostrini per la disponibilità e formuliamo i nostri migliori auspicii per crescenti affermazioni professionali e lo attendiamo, con vivo interesse, alla seconda prova di Il Dinosauro e i Manichini...