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26/08/2019   VALERIO SANZOTTA
  ''Credo nella ricerca, nella disciplina e nello studio, a costo di rinunciare a un po’ di spontaneità...''

Lo spazio interviste di oggi lo riserviamo al cantautore, nonché filologo romano, Valerio Sanzotta che, in occasione dell’uscita del secondo album “Prometeo liberato” ci racconta curiosità e segreti di questo progetto e tanto altro.

Ciao Valerio. Ti riaffacci sul mercato dopo un decennio dall’ottima apparizione sanremese (con il brano “Novecento”) nella quale sei andato molto vicino a vincere il premio della critica: ma poi cosa è successo? Che ricordi hai di quell’esperienza? ''Ciao a tutti voi e grazie per la vostra ospitalità. Come mi è capitato di ricordare spesso nelle interviste, la mia partecipazione a Sanremo era il frutto di un’illusione ottica. Ricordiamo quell’anno, il 2008. Mentre l’era di Bush terminava, un giovane senatore dell’Illinois, che presto sarebbe diventato il primo Presidente afroamericano degli Stati Uniti d’America, sembrava riportare in vita le promesse degli anni ’60. La canzone che presentavo, “Novecento”, era costituita da una serie di veloci fotogrammi del passato recente del nostro Paese. La definivo una mia biografia ideale, nella presunzione che il tempo della coscienza civile superasse quello personale e anagrafico. Andavo a Sanremo con il fermo proposito di non essere complice dell’effimero, di non fare arte premeditata, come diceva Shelley e come ripetevo fino alla noia, in quel periodo, per continuare a illudermi di non partecipare a uno show televisivo disimpegnato. Bello finché si vuole, avvincente, eccitante, arricchente, come lo è stato per me, ma sostanzialmente disimpegnato. Le cose sono poi andate diversamente e ho scelto di concentrarmi soprattutto negli studi e nella ricerca, pur non abbandonando del tutto la musica e la scrittura, ma votandole a una maggiore intimità, a un pubblico più piccolo, a un sogno più umile''.

“Prometeo liberato” è un album che dà la sensazione che tu, in qualche modo, tenda ad allontanarti dal cantautorato tradizionale per percorrere nuovi sentieri o poco battuti: da Sanremo ad oggi, come è cambiata la tua scrittura? ''Certamente, è tutto vero, e mi fa piacere che si percepisca. La mia scrittura dei primi tempi, dell’album “Novecento”, per intenderci, si inseriva pienamente nel solco dei cantautori italiani della tradizione, con quel tanto di musica americana – Dylan e Cohen, soprattutto – da cui peraltro gli stessi cantautori italiani discendevano. La poca perizia tecnica sulla chitarra acustica, che è stata ed è tuttora lo strumento su cui compongo, faceva il resto, agevolando il ricorso ad accordi e passaggi ovvi e consueti. Ma la soluzione era già contenuta in questa analisi: ho approfondito sentieri meno tradizionali, come la musica alternativa americana, e ho cominciato a studiare seriamente la tecnica chitarristica, grazie all’irrinunciabile Daniele Bazzani, amico e insegnante nonché splendido musicista, che ha anche suonato in “Prometeo”. Non è che non creda nell’ispirazione, ma credo molto di più nella ricerca, nella disciplina e nello studio, anche correndo il rischio di rinunciare a un po’ di spontaneità. E un’altra cosa: con “Novecento” ho aperto e chiuso la mia stagione della canzone politica e sociale, alla quale i cantautori vengono spesso associati. La mia scrittura oggi, e spero domani, insegue unicamente il desiderio di esprimermi in una dimensione interiore, meditativa e anche spirituale''.

“Moonshiner” è il singolo estratto e tratta della dipendenza di un alcolista. Purtroppo, la piaga della bottiglia si sta diffondendo, sempre più, tra i giovanissimi in modo preoccupante. Secondo te, quali sono le cause: sfiducia nel futuro, poca autostima, scarsa educazione o cos’altro? ''Certamente l’alcool è una droga a tutti gli effetti, che non riceve però lo stigma delle altre droghe propriamente dette e neppure quello del tabacco: e se, come è ovvio, la soluzione non è nel proibire ma nell’informare, ammetto di non avere le competenze per rispondere a questa domanda, molto vera e molto impegnativa, alla quale già rispondono, con cognizione di causa, educatori, insegnanti, genitori, e via dicendo. La stessa “Moonshiner” è un’immagine letteraria, non una denuncia, e soffre persino di un certo compiacimento del disagio. Questo per dire che i cantanti dovrebbero astenersi dall’avventurarsi in territori di cui non sanno nulla, e nulla li autorizza a regalare al mondo, nel migliore dei casi, una banalità e, nel peggiore, a mettere a rischio il delicato lavoro di chi con i grandi problemi di oggi si confronta ogni giorno. Quanto a farci una canzone, poi, a ognuno le proprie scelte: io non mi azzardo''.

Talvolta, nelle tue canzoni, si scorgono anche citazioni e riferimenti letterari e cinematografici: quali sono i tuoi principali maestri ispiratori? Trai molti spunti dai tuoi studi di ricerca in filologia? ''Un punto assai delicato. Non voglio entrare ora nell’annosa questione, riaperta del Nobel conferito a Bob Dylan, del rapporto tra canzone e letteratura, che impegna ancora la mia riflessione e che non ho del tutto risolto. La canzone è poesia perché la poesia, sin dalla Grecia arcaica, era cantata? Starei attento ad avventurose analogie, Saffo non era una cantautrice, De André non è un poeta italiano del XX secolo, ma ognuno merita dignità e rispetto all’interno dei rispettivi ambiti. Allo stesso tempo mi imbarazza pure una rigida separazione, sempre più anacronistica, tra cultura alta e cultura bassa, anche perché certamente Allen Ginsberg ha più in comune con Dylan che non, poniamo, con Mario Luzi. Per limitarmi alla prima domanda, il reticolo di riferimenti è difficilmente definibile, perché è genericamente la cultura letteraria a entrare nei miei testi, con la sottolineatura che non si tratta affatto di sfoggio di erudizione: il riconoscimento di una citazione o di un’allusione è per le mie canzoni vitale sul piano esegetico, non su quello estetico, perché si tratta di spie che indirizzano verso un corretta interpretazione dei versi. Pensiamo ancora a Dylan: se si manca, per dire, un’allusione biblica, si travisa tutta una canzone, c’è poco da fare. E naturalmente, per venire alla tua ultima domanda, l’esperienza nel campo della filologia mi ha aiutato a mettermi dalla parte non solo dell’autore, ma anche da quella del lettore, dell’ascoltatore e del critico''.

Addentrandoci nei contenuti dell’album, oggi la tua matrice stilistica è orlata di influenze folk, rock, grunge, benché la tua formazione era incentrata sulla musica colta, visto i tuoi studi di violino e pianoforte. Hai mai pensato di far convivere nello spartito passato e presente? ''In realtà no, tendo a tenere separati i due piani. Sono un ascoltatore vorace di musica colta, ma quella che sale su un palco è una persona diversa da quella che compra il biglietto in teatro dell’opera. Sono due lati di me stesso che hanno pure canali di comunicazione, ma restano sempre molto differenti. La prova è la chitarra classica, che studio e di cui amo il repertorio, ma introdurre elementi di quel tipo nelle mie canzoni è l’ultima cosa al mondo che mi sognerei di fare''.

“Tempesta” è un brano molto particolare, in cui misceli l’italiano con l’inglese, veleggiando su lande contemplative, e contiene un verso preso in prestito da Peter Hammil (“Lonely down the river Ophelia goes”) approvata da lui stesso: che effetto ti ha fatto e come sei riuscito a fargliela ascoltare? ''È molto semplice, gli ho scritto senza nessuna speranza di ricevere una risposta, che invece è arrivata subito, con mio enorme stupore. “Tempesta” è un brano in cui credo molto, è forse la canzone più eleborata del disco: pensa che una prima versione di essa risale al 2002, con un testo completamente differente''.

Per la produzione artistica ti sei affidato ad Ari Takahashi: un sodalizio che dura da quattro anni. Ce ne parli ? Ed in che misura il suo apporto ha arricchito il bagaglio delle tue idee di base? ''Senza Ari probabilmente non saremmo qui a discutere di “Prometeo liberato”. È stato lui che mi ha guidato nella tormentata ricerca di uno stile, che dopo dieci anni di silenzio non poteva naturalmente più essere quello di “Novecento”, ma non avevo esattamente idea di quale dovesse essere. Raramente ho incontrato una persona con quel livello di concentrazione e con quella capacità di approfondimento: ha dedicato a “Prometeo” ogni sua energia, tenendo in considerazione suoni, significati letterari, evocazioni di colori, il profilo psicologico dell’autore, la tessitura del canto, fino pure al legno delle chitarre (non sto scherzando: abbiamo anche discusso se in un determinato pezzo dovesse suonare una Gibson in mogano o una Martin in palissandro). Ora per la verità non collaboriamo più, e la fine del nostro sodalizio ha comportato per entrambi una notevole sofferenza personale. Ma quello che sono ora come artista glielo devo in grandissima parte''.

Gli studi universitari di dottorato di ricerca ti han permesso di girare in lungo ed in largo per l’Europa, fino a stabilirti ad Innsbruck: perché la scelta di questa città? C’è un bel fermento artistico? ''La scelta della città è dovuta essenzialmente alla ragione, banale ma essenziale, che qui ho trovato un gratificante posto di lavoro in un Istituto Universitario di recente formazione. Il fermento artistico della città l’ho scoperto in seguito, frequentando i locali, i concerti, le mostre. Due cose mi sembrano molto interessanti: da un lato una delle caratteristiche più evidenti di una terra di confine come il Tirolo, ovvero la fusione armonica di elementi italiani e tedeschi, a dispetto delle tensioni del passato; dall’altra una separazione molto evidente, anche a livello di pubblico, tra la cultura ufficiale e quella alternativa, secondo me con una ricchezza e una tenuta qualitativa molto superiore nella seconda rispetto alla prima. E poi, senza questa vicinanza con l’Alto Adige, non avrei mai conosciuto la realtà del NoLogo di Laives, vicino Bolzano, e non avrei stretto un meraviglioso sodalizio con Lorenzo Scrinzi, mio attuale produttore e grande chitarrista, con il quale siamo diventati molto amici anche a prescindere dalla musica''.

Si dice che tra le canzoni non si dovrebbe fare preferenza, però è anche vero che, in almeno una, ci sia un significato speciale, profondo, significativo che racchiuda un po’ la summa concettuale dell’album. Tra i 10 brani di “Prometeo liberato” a quale o quali sei legato di più e perchè? ''Sicuramente il brano omonimo, ”Prometeo liberato”, è quello che compendia meglio il senso del disco e ha il testo certamente più impegnato, forse l’unico a poter reggere la pagina scritta. Ma sono legato anche a “Gelsomina”, che non manca mai nei concerti, e a “L’amore non viene col giorno”. Quest’ultima, se non altro, per il fatto che era la canzone preferita del mio batterista (ma anche mio fratello, amico e parente acquisito), Antonio Santirocco, che ci ha lasciato tre mesi fa. Quando la canto non posso fare a meno di pensare intensamente a lui, e anzi in realtà la canto solo per lui. Credo che sarà sempre così finché avrò la forza e la voglia di salire su un palco''.

L’album è uscito per la label Vrec di David Bonato, il quale ha creduto molto nel tuo progetto. Come vedi il futuro delle etichette discografiche e, in generale, il panorama underground? Sei fiducioso che, in futuro, agli artisti di questa scena venga concesso molto più spazio nei canali di promozione? ''Ricordo ancora una lunga telefonata con David pochi giorni dopo avergli inviato i mix provvisori di “Prometeo”. Mi ha aiutato a coronare un sogno, ma mi ha anche guidato, consigliato, amichevolmente rimproverato, ha condiviso con me entusiasmi e delusioni: non si può sperare di avere un discografico e un manager migliore, non si libererà facilmente di me! A parte gli scherzi (ma dicevo la verità…), credo molto nel ruolo dell’etichetta discografica, in un’epoca di rifiuto delle intermediazioni e della competenza, in cui ognuno ritiene di riuscire a far tutto da sé. In particolare nel panorama alternativo, dove la tentazione dell’autosufficienza è più forte che non nella musica di consumo, sia per ragioni per così dire ideologiche, sia per una maggiore prossimità con i luoghi delle esibizioni e con gli spazi promozionali. Ma è davvero necessario che i musicisti si affidino a discografici competenti e sensibili, perché è l’unico modo che hanno per tutelare la propria integrità artistica, nonché la propria dignità di persone. Personalmente cerco di non mancare mai l’appuntamento annuale di Faenza con il Meeting delle Etichette Indipendenti organizzato da Giordano Sangiorgi, un’incredibile spazio di confronto e di aperta discussione con colleghi, impresari e giornalisti. E certamente spero che alla scena underground – cioè all’innovazione – venga dato sempre più spazio, perché onestamente il panorama ufficiale è desolante, compresi coloro che il conformismo di molta stampa musicale ha fatto credere, non si sa poi perché, di essere artisti indie''.

Salutiamo Valerio Sanzotta, con il sincero auspicio che possa proseguire la sua ricerca del buon gusto scritturale, per continuare a ritagliarsi una signorile fetta di un cantautorato lontano da schemi consueti e dozzinali.