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24/09/2019   LO-FI POETRY
  ''Ognuno di noi è come una corda che può vibrare in molti modi, a seconda di come la si tocca...''

I Lo-Fi Poetry sono un collettivo vicentino, formato da Federico Specht, Massimo Milan, Marco Matteazzi e Jeff Akosah. Hanno pubblicato il secondo lavoro “La mia band”, un e.p. con cinque pezzi e, per l’occasione, conosciamoli meglio.

Benvenuti ragazzi. Intanto comincerei col chiedervi dei vostri trascorsi musicali e quando partì la vostra avventura come band. ''Noi due, Marco e Federico suoniamo assieme dai tempi del liceo. Nel 2002 abbiamo dato vita ai Nerovivo, un progetto di rock acustico con archi e percussioni, abbastanza originale per l’epoca. Esauritasi quella storia, ci siamo subito messi con il bel tenebroso Massi, con l’idea di musicare le sue poesie e riprendere a schitarrare con le elettriche''.

Nascete quindi come trio però notiamo che, all’interno della foto dell’e.p., c’è un quarto componente. Inserirete in futuro altri elementi nel collettivo? ''Che occhio! Jeff è stato con noi ai tamburi per due-tre anni, ha portato la sua vitalità africana e un tiro da paura, fino a che altri impegni l’hanno allontanato. Siamo un terzetto, ma vorremmo essere più promiscui, aspettiamo nuovi partner''.

“La mia band” è il vostro secondo capitolo, dopo l’esordio omonimo. Ci accennate alle tematiche principali del disco? ''Seguiamo le varie tracce: 1# Suonare in una piccola sconosciuta indie band di provincia, 2# Essere femmina, innamorata, libera, forte, 3# (Nessuno di noi ha ancora capito il testo), 4# Uno spaccato della condizione dei trentenni d’oggi in Italia, 5# Un trentenne d’oggi si trasforma in sovranista''.

La vostra formula sonora è ricca di varianti stilistiche: ci si trova il noise, grunge, new-wave, spoken-word: un modo per non dare punti fissi di riferimento? ''E’ che finora non abbiamo saputo limitarci, ci succede anche con il vino, la sopressa di Valli del Pasubio e le groupie. Ma abbiamo capito che dobbiamo darci un connotato più riconoscibile, ci stiamo lavorando''.

Dite: “Se le relazioni sono insoddisfacenti, c’è sempre la possibilità di scriverci su…”. La scrittura nasce spesso da questa constatazione? ''Capita, almeno fino a che le relazioni non diventano così insoddisfacenti che non si riesce più nemmeno a scriverne...''.

I tessuti esecutivi rivelano il doppio volto di cupezza e solarità: rispecchiano gli andirivieni dell’anima? Riuscite ad esorcizzarli con la musica? ''Sì, può essere così. Ognuno di noi è come una corda che può vibrare in molti modi, anche contrastanti e inaspettati, a seconda di come la si tocca. Più che di esorcismi parleremmo di amplificatori, attacchiamo la spina e buttiamo fuori''.

Nel disco, fate spesso uso dello spoken-word: pensate che certe argomentazioni siano più dirette col parlato piuttosto che cantarle? ''No, crediamo di non pensarlo. Non abbiamo un cantante vero, e Massi è bravo a recitare, solo questo''.

E’ indubbio che i contenuti dell’e.p. siano di forte matrice sociale, nel quale si tocca l’apice con “Non svegliarmi questa mattina”, con un testo da brivido. Come nasce questa perla narrativa? Progetti futuri? ''Grazie! E’ un testo molto personale eppure generazionale, che Massi ha scritto guardando dentro le nostre piccole vite senza filtri e senza indulgenza. Da innocui dettagli del quotidiano il poeta sugge una condizione esistenziale condivisa. Si sente che è sincero, questo fa la differenza. Sì, abbiamo in mente di esplorare con più assiduità questo tipo di scrittura. Stiamo iniziando a scrivere un lavoro più corposo, il primo vero album, con l’obiettivo che sia: bello, attuale, stilisticamente riconoscibile''.

Con le migliori prospettive di una brillante carriera, salutiamo e ringraziamo i Lo-Fi Poetry per questo incontro e li attendiamo alla prossima prova.