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22/11/2019   GIANCARLO FRIGIERI
  ''Lo sapete, vero, che Stephen King non ha ucciso tutte quelle persone?...''

Oggi incontriamo il cantautore di Sassuolo Giancarlo Frigieri. L’occasione è quella di parlarci del nuovo album “I ferri del mestiere”, che arriva a due anni di distanza dal precedente “La prima cosa che ti viene in mente”.

Ciao Giancarlo, per iniziare potresti brevemente raccontare ai lettori la tua origine e formazione artistica? ''La prima volta che sono salito su un palco con una band avevo poco meno di 12 anni. Ora ne ho poco più di 47 e non ho ancora smesso. Ricordo che, anche da ragazzo, non pensavo mai seriamente che un giorno avrei smesso. Fin quando mi sembrerà che questa cosa abbia senso, continuerò''.

Ricordi la scintilla che ti ha fatto scattare la passione per la musica e la scrittura? C’è stato qualche ascolto in particolare che diede il via a tutto? ''La prima musica che mi ricordo di avere ascoltato è stata quella di Bob Marley. Ricordo che quando venne in Italia chiesi a mia madre di poterlo andare a vedere dal vivo a Milano, solo che avevo 8 anni… A 9 anni volevo assolutamente essere un bassista, mi feci comprare una chitarra da studio e gli feci levare due corde. Iniziai a prendere lezioni ma mi facevano soltanto solfeggiare, ero anche bravo a solfeggiare ma era una roba di una noia mortale. Un anno intero di solfeggi senza praticamente mai toccare lo strumento. Nel frattempo, mio cugino aveva cominciato ad andare a lezione di chitarra. Arrivava a casa e suonava, quindi salutai il mio insegnante, feci rimettere il SI e il MI cantino alla chitarra e la feci diventare il mio strumento''.

Hai inciso 9 album in 13 anni, nel segno di un’evidente prolificità. Da che spunti parte il tuo fitto scrivere? Più dall’osservazione che dalla fantasia? ''L’osservazione è la prima cosa, soprattutto per chi cerca di scrivere della vita e della realtà. Dopo viene ovviamente anche la fantasia, nel senso che ho notato che spesso si crede che un cantautore scriva di cose autobiografiche e invece si tratta solo di inventare storie e mettergli dei versi e una musica. Per dire, con gli scrittori non succede. Quando spiego la cosa durante i miei concerti uso sempre una frase: “Lo sapete, vero, che Stephen King non ha ucciso tutte quelle persone?”.

Ho notato che, per presentare “I ferri del mestiere”, hai fatto ricorso ad un’ampia descrizione degli strumenti usati piuttosto che rivelare i contenuti testuali: perché? ''Perché parlano sempre tutti dei miei testi e mai nessuno parla delle scelte musicali che compio all’interno dei miei album. Visto che in molti si limitano a copiare le cartelle stampa, mi sono detto che almeno questa volta avrebbero parlato della mia musica''.

Anni fa ti descrissero come il “Savonarola dell’Underground”: Ti riconosci ancora in questa definizione? Nei testi è più giusto predicare o limitarsi a raccontare? ''Non credo di avere quasi mai predicato, almeno non in maniera diretta. A volte ho usato un poco di ironia, a volte volevo dire delle cose e poi tutti mi dicevano “bravo” avendone capite delle altre. Sicuramente è più giusto raccontare, anche perché si riesce a predicare benissimo anche solo in base a quel che scegli come soggetto e come modalità di narrazione''.

Tu sei di Sassuolo: è una cittadina che continua a fornirti stimoli o senti, talvolta, che comincia a starti stretta? Pensi che il panorama emiliano sia molto ispirativo? ''La provincia emiliana è il posto dove sono nato e quello al quale sento di appartenere. Curiosamente, è un’appartenenza che sento molto più adesso che sto a Rubiera, che è provincia di Reggio Emilia. Diciamo che le provincie di Modena e Reggio potrebbero, credo, essere considerate un’unica entità persa in mezzo alla nebbia. Un posto infernale e inquinatissimo, con un clima che fa schifo, che ho scoperto di amare come non credevo avrei mai amato, così come la Romagna che ho provato a raccontare in “Lungomare”''.

Quando scrivi, per te è più importante ideare soluzioni “popolari” oppure trovare anche un guizzo particolare che possa sorprendere anche le orecchie più esigenti? ''Il mio obbiettivo è di risultare comprensibile a tutti e di avere anche quel guizzo in più in modo da poter sorprendere le orecchie più esigenti. Giuseppe Verdi scriveva a Boito che “Bisogna guardar losco e scrivere con un occhio al pubblico e un occhio all’arte”. Gramsci utilizzava il termine “Nazionalpopolare” in senso elogiativo, anche se oggi ne abbiamo consolidato l’accezione negativa ereditando le briciole di una vecchia querelle tra Enrico Manca e Pippo Baudo. In fondo, ogni epoca ha i vizi che si merita''.

Ringraziando Giancarlo Frigieri per quest’incontro, formuliamo i nostri migliori auspici per crescenti affermazioni professionali e lo attendiamo, con vivo interesse, alla prossima prova.