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29/11/2019   STEFANO RACHINI
  ''Non si può tenere troppo a lungo una passione sotto la cenere...''

Ciao Stefano. Ti incontriamo in occasione della pubblicazione del tuo nuovo disco “Where the Spirit”. Per prima cosa raccontaci di te. ''Sono toscano di origine. Vivo da diversi anni ad Amsterdam ma torno spesso nella mia terra natia, alternando la vita di una capitale frizzante alla quiete delle colline toscane. Ho cominciato I miei studi di pianoforte a 6 anni e il mio percorso musicale parte dalla musica classica ma ha poi trascorsi nel blues, R&B, pop, jazz. La musica non ha sempre fatto parte attiva nella mia vita ma non si può tenere troppo a lungo una passione sotto la cenere e cosi quando è arrivato il momento ho sentito la necessità di condividerla. Sono un improvvisatore, nella musica come nella vita. Credo nella presenza del momento, per me è la chiave dell’esistenza. Viaggio molto e porto il mio viaggiare nella mia musica. Qualcuno diceva che non la puoi suonare se non la vivi. Per me è un manifesto''.

Passiamo a “Where the Spirit”. Un lavoro decisamente interessante, da te composto e interpretato al pianoforte e nel quale hanno trovato spazio anche brani letteralmente improvvisati in studio di registrazione. Come è nata l’idea di un lavoro del genere e come sei riuscito a rendere omogenea la parte compositiva con l’improvvisazione? Perché il risultato è estremamente lineare... ''Tutto il lavoro è una sorta di improvvisazione. Al ritorno da un mio viaggio in solitaria in Nuova Zelanda ho sentito tutto fluire. Mi sono detto allora di tornare in studio per registrare, a due a nni dall’uscita del mio primo album ‘Reflections’. La prima cosa che ho fatto è stata visitare lo Studio OSB e provare il magnifico Steinway B nella spettacolare acustica. Non avevo al tempo né composto nulla né alcuna idea di cosa sarebbe uscito fuori. Tutto il lavoro è nato in un mese e metà dell’album è stato improvvisata in studio nei due giorni di sessione di registrazione. Ma anche le composizioni nascono da delle improvvisazioni. Il mio metodo è quello di registrare le mie improvvisazioni e poi rielaborare le migliori idee in forma compositiva, per rendere maggiormente fruibile l’ascolto. Penso la linearità del risultato stia proprio in questo, nel trasmettere tutto quello che sento autenticamente mio. La mia musica può piacere oppure no, a prescindere da questo sono comunque molto soddisfatto del mio stato di connessione attuale e cercherò di mantenerlo per i miei lavori futuri''.

Le tematiche che racconti con le note riguardano la ricerca spirituale, tra la consapevolezza interiore e la pace. Raccontaci come hai utilizzato musica e pianoforte per trattare questi argomenti e “dirigerli” verso il cuore di chi ti ascolta. ''Vorrei cominciare con un elogio del pianoforte. Uno strumento che è nato più di 300 anni fa e che non finisce mai di stupire per la capacità di esprimere così tanti colori e toccare così profondamente le anime. Mi ritengo fortunato ad avere la possibilità di esprimermi tramite questo strumento. Per il resto, ognuno di noi è una storia, un percorso di consapevolezza. Quello che ho cercato di fare, come dicevo prima, è essere autenticamente me stesso e canalizzare un flusso inconscio che ritengo appartenga a tutti. Mi piace pensare di attingere a questo inconscio collettivo junghiano ed essere insieme ai miei ascoltatori nello stesso flusso. L’improvvisazione è per questo centrale perchè parla direttamente da cuore a cuore''.

La musica classica, anche se “contemporanea”, è tante volte percepita come qualche cosa di elitario, poco digeribile dall’ascoltatore medio. Spesse volte è “relegata” a colonna sonora o a musica da ambientazione. Cosa diresti a chi non si è mai facilmente avvicinato a questo genere per coinvolgerlo e convincerlo ad ascoltare il tuo lavoro? ''Non credo che la mia musica sia difficile da ascoltare, al contrario. Non mi piace categorizzare e credo che nella mia musica ci sia un po' di tutto, può sembrare classica per le sonorità ma armonicamente mi sembra piuttosto pop. In ogni caso l’idea che possa essere utilizzata come colonna Sonora o musica da ambientazione mi rende felice. Per convincere le persone ad ascoltare posso soltanto dire che se la musica da ambientazione funziona così bene con le immagini, per esempio esaltando certe emozioni guardando un film, perchè non guardare alla vita come a un film e nella profondità delle emozioni usare la musica come colonna Sonora? Mi piace pensare alla mia musica come colonna Sonora della vita, perchè lo è per me e vorrei che altri la percepissero come io la sento''.

In quali luoghi trovi l’ispirazione per comporre? Preferisci cercare dentro di te o trovi terreno fertile anche nel mondo esterno? Altri musicisti, per esempio, o artisti in generale? ''Come dicevo prima, l’ispirazione parte dalle esperienze di vita. La varietà dei luoghi è importante e per me il silenzio è fondamentale. Quindi direi che la natura ha un ruolo importante, i viaggi anche. La mia musica è il ovviamente il risultato dei miei ascolti. A partire da musica classica e jazz. Sono tanti i musicisti a cui mi ispiro, per fare i nomi dei più noti Keith Jarrett, Ludovico Einaudi, Max Richter. Quello che però considero più vicino alla mia visione di vita e di musica è Herbie Hancock. La sua autobiografia ‘Possibilities’ è un gioiello, la vita come un’opera d’arte in continua evoluzione''.

Cosa verrà dopo “Where the spirit”? Puoi già anticiparci qualche cosa? ''Sto sviluppando diversi fronti. Sto lavorando ad altri pezzi con l’idea di farli uscire accompagnati da immagini e viceversa sto cercando film ed immagini da musicare in improvvisazione, anche dal vivo. Sto preparando dei concerti privati qui in Olanda per vedere poi se sono adatti ad un pubblico più vasto. Quando verrà il momento rientrerò in studio, ma per adesso mantengo il mio contatto con la musica tramite la pratica quotidiana dell’improvvisazione. Per il resto vedremo, sono aperto a qualunque tipo di situazione''.