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02/05/2020   LETI DAFNE
  ''Credo che esista una sorta di flusso, un'energia che chiede di essere raccontata...''

Nello spazio-interviste ospitiamo la poliedrica artista cremonese Leti Dafne (Letizia Sperzaga) che, oltre a parlarci della sua multi-arte, ci parlerà a riguardo del nuovo singolo "Corvi e Lupi".

Il tuo background annovera un ventennio di carriera nella lirica ed autrice teatrale: ci racconti qualche dettaglio in più? ''Fin da quando avevo 15 anni mi era chiaro che avrei fatto la musicista. Fino a quel momento ero stata una ragazzina chiusa, con poca motivazione. Nel momento stesso in cui scoprii l’opera lirica, sentii che qualcosa si era acceso dentro di me. Da lì non ho mai smesso di studiare, sperimentare. Frequentavo cori polifonici, lezioni di teatro e di canto, leggevo moltissimo. Desideravo più di ogni altra cosa terminare il liceo e frequentare il conservatorio e così è stato. In seguito ho debuttato in moltissimi ruoli operistici, ma non mi bastava. Non mi sentivo solo interprete o esecutrice, volevo dire la mia. Ho scritto diversi drammi teatrali e commedie che sono state premiate e pubblicate. Auguro a tutti i giovani di trovare le loro passioni, approfondirle con dedizione e curiosità, credo che sia il modo più bello di arricchire e impreziosire la propria vita''.

Come ti è venuta l'idea di coniugare lirica e rap nel nuovo singolo "Corvi e lupi"? ''In realtà, nonostante amassi l’Opera alla follia, l’ambiente della Lirica mi è sempre stato stretto. Sentivo soprattutto la costrizione all’interno di tradizioni ormai desuete, che non venivano mai messe in discussione. Mi irritava anche quel tipico prendersi troppo sul serio. Insomma sentivo l’esigenza di rinnovare in qualche modo la Lirica, che si stava perdendo il pubblico più giovane. Pertanto nel 2014, in duo con un pianista, mi inventai uno spettacolo divertente, in cui cantavo brani lirici ma con tanta comicità ed ironia. Siccome ascoltavo (e amavo) il rap fin dalla mia prima adolescenza, mi venne l’idea di inserire all’interno dello spettacolo un brano che per la prima volta mischiava Rap e Lirica. L’esperimento funzionava, era divertente, mi piaceva. Riuscivo finalmente ad esprimermi. Così decisi di dar vita a qualcosa di assolutamente unico e mio''.

Credi che il Rap incarni più pathos nel veicolare emozioni rispetto alla lirica? ''Credo che il Rap sia perfetto per la strofa, per lo storytelling, per la metrica e i giochi di parole. Per fare denuncia. Ha un suo linguaggio e certe strofe sanno colpire, dirette come un cazzotto in faccia. Ma è la la lirica la vera “regina del pathos”. Le frasi musicali sono più ampie ed è come se il mondo restasse in sospeso, in ascolto. La lirica riesce a toccare il cuore e le emozioni ad un livello più viscerale e profondo. Per i ritornelli di alcune canzoni, soprattutto se trattano temi delicati e molti sentiti, è davvero insostituibile''.

Nel video, si evince la tua chiara e disperata denuncia verso il femminicidio e tutti i suoi derivati di violenza. Secondo te come se ne può uscire e quanto c'è ancora da fare? ''Secondo me è un percorso che vede coinvolti tutti, è una presa di coscienza che dev’essere più che mai collettiva. A volte non ce ne accorgiamo nemmeno, ma ci sono atteggiamenti quotidiani che non collegheremmo mai alla violenza o al femminicidio, ma sono chiaro sintomo di squilibrio tra generi. Lo stesso linguaggio che utilizziamo. Se vogliamo uscirne è necessario che gli uomini “sani” prendano finalmente parola. Loro per primi devono prendere le distanze dal prototipo di uomo tutto-testosterone. Nessuno deve più accontentarsi di dire “io non sono così” e poi lavarsene le mani. L’uomo “sano” non può (e non deve) più lasciare sole le donne in questa battaglia''.

Ottime le immagini in bianco e nero che poggiano sulla perenne suspence di come agirà l'uomo che appare: prima cortese e poi, purtroppo, si scatena fino al triste epilogo. Come potrebbe riuscire la donna ad intuire l'indole oscura del proprio uomo? ''Purtroppo ci sono segnali che noi donne, per cultura e per l’educazione ricevuta, tendiamo ad ignorare. Ci hanno insegnato che una donna deve accudire, deve perdonare, deve saper stare al suo posto. Questo ci insegnano fin da bambine. Tendiamo a darci la colpa se l’altro ci tratta male, giustifichiamo la gelosia confondendola con il fatto che “lui tiene a noi”. Se abbiamo al nostro fianco un pessimo compagno aspettiamo che cambi, anzi: vogliamo aiutarlo a cambiare! Ma niente di tutto questo ha senso. Bisogna andarsene ai primi sentori di egoismo o di violenza. Lui è arrabbiato e dà un pugno nel muro? Bisogna andarsene senza sentire ragioni. Ti chiede di non sentire più i tuoi amici? Vuole isolarti perché lui dev’essere l’unica ragione della tua vita? Bisogna andarsene. Deve sempre mantenere il controllo e ci sono momenti in cui ti fa paura? Andarsene''.

Riveliamo ora la tua particolarità: ossia di essere l'unica donna al mondo a riuscire ad incastonare due generi musicali all'apparenza in antitesi. Come nasce: un'esigenza o una sfida? ''Esigenza, senza dubbio. Questa società purtroppo è molto settoriale. Troppo. Devi scegliere una specializzazione, darti un’etichetta e non muoverti da lì altrimenti potresti disorientare. Io invece sono abituata a fare collegamenti, a sperimentare. Per fare un esempio: quando ho cominciato a unire rap e lirica, e ho cercato degli arrangiatori che mi aiutassero a trovare in modo molto tecnico le sonorità che avevo in mente. E così all’inizio mi son sentita dire più volte: “non si può fare”. Non riuscivano ad aprire la mente. Il Rap e la Lirica erano due cose che non si potevano mischiare. Ma ho la testa dura e non mi sono arresa. Sentivo che quella era la mia strada e non mi sbagliavo''.

La musica ed il palcoscenico è un connubio felicemente portato alla ribalta dal grande Giorgio Gaber. Ti ha mai tentato l'idea di riproporre il teatro-canzone al femminile? ''Certo che sì, figuriamoci! Ho fatto moltissimo teatro. L’ho vissuto recitando, cantando l’opera lirica e scrivendo testi. Quindi sì, sento che ad un certo punto tutte queste esperienze convoglieranno in uno spettacolo vario e articolato. Per dire: uno degli artisti che ammiro di più è Simone Cristicchi, che non è solo cantautore, ma anche uomo di teatro a tutto tondo. Amo i suoi spettacoli e credo che potrebbe essere per me di grande ispirazione''.

Qual'è il miglior impatto emotivo per scrivere d'arte? Rabbia, dolcezza, sogno, amore oppure...? ''Per quanto riguarda la fase creativa, io credo che esista una sorta di flusso, un’energia che chiede di essere raccontata, chiede di poter prendere vita. Mi è capitato di scrivere in preda all’urgenza in preda ai sentimenti più disparati. Un artista dovrebbe produrre e sperimentare sempre, per allenare la tecnica. Ma sono pienamente convinta che l’atto creativo vero, quello autentico e che ti porta a creare il capolavoro, sia qualcosa che non si decide. Come spiega bene Pirandello in “Sei personaggi in cerca d’autore”, è il personaggio stesso (o il racconto, o la musica) che ti viene a cercare, e si serve dell’artista per prendere vita''.

Ringraziamo Leti Dafne per l'interessante proposta che porta avanti e le auguriamo le migliori evoluzioni in campo professionale. (Max Casali)