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24/10/2008   MARILLION
  'Siamo la band più libera del pianeta...'

Estasiato, Steve Hogarth si rigira tra le mani l’edizione deluxe di “Happiness is the road”, la nuova proposta discografica dei Marillion articolata in due volumi (“Essence” e “The hard shoulder”, acquistabili anche separatamente): due cd in cartone rigido contenuti in un elegante cofanetto, con il solito minuzioso elenco – nel booklet interno – di tutti i fan che li hanno preordinati con largo anticipo rimpinguando le casse della band. “H”, come lo chiamano amici, fan e compagni di band, ne va giustamente orgoglioso. “Bello, vero? Mai visto niente di simile. Non lo si troverà nei negozi di dischi ma sono sul nostro sito Internet, Marillion.com. Stavolta abbiamo deciso di occuparci direttamente della vendita e della distribuzione, credo che si tratti di una novità assoluta”. Le immagini di copertina fanno pensare ad atmosfere ultraterrene, fantascientifiche: un satellite, un arcobaleno rovesciato, una strada asfaltata presidiata da presenze aliene… “E’ un richiamo esplicito a due canzoni di ‘The hard shoulder’ che evocano lo spazio, ‘The man from the planet Marzipan’ e ‘Asylum satellite # 1’. L’abbiamo cambiata almeno quattro volte, la copertina, prima di arrivare alla scelta definitiva. Alla fine abbiamo optato per un’immagine poco usuale e dissimile da tutto quanto avevamo fatto in passato. A me piace moltissimo”. Non solo science fiction , comunque, nelle nuove canzoni. Piuttosto riflessioni su temi “reali”, e cari ai Marillion, come spiritualità, follia umana, rapporto con la Natura. “Non sono più un ragazzino”, spiega Hogarth, “negli ultimi anni ho perduto persone care e ho imparato qualcosa di più su cosa realmente conti nella vita. Così mi sono messo a filosofeggiare sul mondo in cui viviamo, su com’è e su come potrebbe essere. Gran parte del primo cd, ‘Essence’, ruota intorno all’idea della vita come viaggio. All’importanza di vivere il momento presente senza farsi ossessionare dal passato o dal futuro: concetti astratti che esistono solo nella nostra mente e che rovinano l’esistenza alla maggior parte degli esseri umani, almeno a quelli che vivono in questa parte del globo. E’ la grande malattia della civiltà occidentale, e sta alla radice di tutto ciò che non funziona nella nostra società. Oggi che il sistema economico ci crolla intorno, in particolare, faremmo bene a celebrare il miracolo della vita e del momento presente”. Un album “concept”, dunque… “Sì, mentre il secondo è solo una raccolta di canzoni che avevamo già pronte. Non si tratta di un doppio album, ma di due dischi pubblicati contemporaneamente: una fotografia dello stato attuale dei Marillion”. Anche musicalmente si colgono delle differenze: musica più quieta e composizioni mediamente più brevi su “Essence”, jam prolungate e sonorità più aggressive su “The hard shoulder”, anche se “h” sostiene trattarsi di “pura coincidenza. Nel secondo cd abbiamo sistemato i pezzi che non avevano nessuna correlazione con il tema portante del primo, tutto qui. E’ stato il contenuto dei testi, e non il tipo di musica, a determinare la distribuzione delle canzoni tra un disco e l’altro. ‘Older than me’, ‘Throw me out’, ‘Half the world’ e ‘Real tears for sale’ erano già pronte l’anno scorso, ai tempi in cui uscì ‘Somewhere else’, così come ‘A state of mind’ e ‘Trap the spark’. Tutto il resto è stato inciso in seguito”. Improvvisando, come sempre, in studio: “Abbiamo sempre lavorato così, il 95 % del nostro materiale ha questa origine. Molto raramente arrivo in studio con un’idea già precisa in testa. E’ solo cambiata la tecnologia: una volta registravamo le jam in stereo, poi riascoltavamo il tutto selezionando le idee migliori da sviluppare; oggi, servendoci di apparecchiature molto più economiche, possiamo incidere su un multitraccia e dunque cominciare a registrare il disco nel momento stesso in cui iniziamo a improvvisare in studio. Se succede qualcosa di buono, lo abbiamo subito a disposizione. Quel che si ascolta nella title track, ‘Happiness is the road’, è esattamente la nostra jam di studio, quel che è accaduto in quel preciso momento, corretto e rinforzato da qualche edit e sovraincisione e da successivi interventi di affinamento del testo e del cantato. E’ il metodo che preferiamo perché garantisce freschezza alla esecuzione e alle sonorità del disco. Se uno di noi arrivasse in studio con le canzoni già scritte, prima o poi si cadrebbe nella ripetizione, nella formula. Il nostro, invece, è un processo creativo di tipo caotico. Mentre il gruppo suona, io me ne sto seduto davanti al microfono a leggere sul computer portatile tutti i testi che ho scritto, cercando un qualche collegamento tra musica e parole. Durante le sedute di incisione, capita così di avere dieci brani diversi con un testo identico; poi arriva il momento di fare delle scelte. Michael Hunter, il nostro produttore, è stato ancora una volta importantissimo: ci frequenta da tanti anni e ci conosce bene, è un ingegnere del suono e conosce la tecnologia molto meglio di noi ma allo stesso tempo capisce la musica, essendosi diplomato durante le registrazioni di ‘Somewhere else’. Ha studiato composizione e arrangiamento, in passato ha anche lavorato con un sacco di band indipendenti. Ha un cervello musicale finissimo e, cosa altrettanto importante, un bel repertorio di barzellette e di storielle divertenti, quel che ci vuole per alleggerire l’atmosfera durante la creazione di un nuovo disco. E poi è uno che ci dà dentro senza risparmio, durante le sedute di registrazione ha dormito per cinque giorni alla settimana di fianco alla sala di regia dello studio, pronto ad alzarsi a notte fonda per registrare o sovraincidere una parte strumentale, un glockenspiel o un contrabbasso. Ha suonato e ha contribuito in modo sostanziale agli arrangiamenti… è davvero il sesto membro del gruppo”. Anche stavolta i Marillion assomigliano soprattutto a se stessi. Però nelle nuove canzoni affiorano spesso riferimenti e rimandi a musiche del passato più o meno recente. Voluti o involontari? “Involontari, ma è normale che succeda. Riascoltando il frutto di certe improvvisazioni di studio, stavolta, mi sono trovato a pensare a David Bowie. ‘The man from the planet Marzipan’ avrebbe potuto essere su ‘Scary monsters’. Mentre ‘Asylum satellite # 1’, per me, ha qualcosa di pinkfloydiano, un po’ nello stile di certe cose scritte da Roger Waters. E ‘Nothing fills the hole’ mi fa venire in mente Marvin Gaye. Possiamo fare tutto quello che ci passa per la testa, oggi, perché non abbiamo un discografico con cui confrontarci, né l’assillo di pubblicare un hit single o un pezzo radiofonico: la cosa non ci interessa minimamente. Nemmeno i nostri fan, ormai, hanno particolari aspettative nei nostri confronti, sanno di potersi aspettare di tutto. Siamo arrivati al punto, forse, di essere gli artisti più liberi che esistono sulla faccia della Terra, tra quelli che vivono del mestiere di musicista!”. A proposito di fan: dal blog del sito si apprende che parecchi di coloro che hanno pagato i dischi in anticipo non hanno preso bene la notizia dell’anteprima gratuita su Internet. “Credo che non abbiano capito i termini del problema”, dice Hogarth. “Il motivo per cui l’abbiamo fatto è uno solo: se non ci avessimo pensato noi lo avrebbe fatto qualcun altro. E’ una cosa che abbiamo verificato con gli album precedenti, non appena i promo finivano in mano ai giornalisti la musica arrivava immediatamente su Internet e sulle reti peer-to-peer. Poiché è un fenomeno che non possiamo fermare, abbiamo deciso di cavalcarlo cercando di usarlo a nostro vantaggio. Grazie al software inventato da MusicGlue, una società di Londra, abbiamo avuto la possibilità di distribuire un messaggio video per spiegare la situazione”. Tutti d’accordo, i membri del gruppo? “Siamo come una famiglia, con i suoi alti e bassi, e funzioniamo come una vera democrazia. Non c’è un leader riconosciuto e il fatto di essere in numero dispari facilita la presa delle decisioni, non si corre mai il rischio di dividersi a metà su un argomento. Gli altri mi concedono libertà nella scrittura dei testi e nella ideazione dei concetti portanti dei dischi, anche quando non condividono il mio punto di vista”. Steve Rothery, Mark Kelly, Ian Mosley e Pete Trewavas sanno di potersi comunque ritagliare ampi spazi di espressione, in studio come sul palco. Come saranno i nuovi concerti (a Milano il 4 febbraio 2009)? “Cambierà la scenografia. Proietteremo immagini create dall’artista spagnolo che ha realizzato le copertine dei nuovi album, Antonio Seijas, un tipo dotato di una straordinaria energia creativa. Suoneremo sei o sette canzoni nuove, poi lasceremo spazio al passato: difficile rinunciare a ‘Neverland’ e a ‘The great escape’, a ‘Afraid of sunlight’ o a ‘King’, ormai per i Marillion sono delle pietre miliari”. (Cronaca24.org)