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14/07/2020   NAUTHA
  ''Ci piace cercare un suono 'architettonico', largo, espansivo...''

I Nautha sono un trio alt-prog-rock romano, attivo dal 2016 . Recentemente, hanno pubblicato il debut-album “Tutti i colori del buio”. Questa intervista ci permetterà di conoscere meglio la progettualità di Antonio, Pierpaolo e Giorgio.

Benvenuti. Prima dei Nautha c’era in ballo il progetto Heliodome. Perché la scelta di rinascere sotto altro nome e con quali differenze? ''Il progetto Nautha ha preso forma da una manciata di brani composti da me (Antonio: basso, chitarra e voce) nell’ormai 2015-16, e rielaborati insieme a Giorgio (batterie). Io e Giorgio siamo stati i due terzi del progetto Heliodome, un’esperienza conclusasi con la pubblicazione del primo disco omonimo, imperniato su sonorità prettamente stoner con degli accenni di new wave. Sembra banale ma la cosa più importante per un band oggi (specialmente in Italia dove il mondo musicale indipendente è difficilissimo e poco promosso) è quella di volersi bene e di convogliare tutte le energie in una prospettiva comune che spesso è fatta di piccoli-grandi sacrifici ed enorme dedizione. Siamo nati quindi come un ‘duo’ sperimentale. Dopo una serie di prove con alcuni chitarristi la fortunata scelta è ricaduta su Pierpaolo, amico di vecchia data, al quale abbiamo proposto di entrare a far parte della band, diventando a tutti gli effetti un trio e prendendo la direzione e la forma che oggi ci contraddistingue. Con questi presupposti, ma anche più semplicemente per la voglia continua di trovare nuovi stimoli e rimettersi in gioco, abbiamo pensato ad una nuova veste marcatamente più psichedelica e sperimentale, una nuova identità nella quale far convogliare le nostre idee, con il moniker Nautha''.

Ascoltando l’album, si evince un’evidente ricerca sonora: quanto vi impegna tutto cio? E’ difficile mettere d’accordo nelle scelte tutti i componenti? ''Abbiamo la fortuna di essere tutti e tre in grandissima sintonia, ci stimiamo molto ed abbiamo una formazione musicale molto simile tra noi. Solitamente lavoriamo in questo modo: io porto un'idea, una bozza, una demo e iniziamo a spolparla viva tutti e tre, a lavorarla, a stravolgerla o riportarla allo stato originale, a sfiancarci come in un incontro di boxe creativo. Ci piace cercare un suono “architettonico”, largo, espansivo, e l’intenzione è sempre stata quella di rendere con pochi elementi e pochi strumenti il massimo della resa sonora possibile. Musicalmente cerchiamo di fondere la tradizione progressive con quella cantautorale spingendoci però sempre verso interludi psichedelici, cercando di dimenticare la forma-canzone tradizionale e ampliando ogni idea musicale per vedere dove ci porta di volta in volta. Ogni brano è un viaggio, sia nella stesura e nell’arrangiamento che nell’ascolto che vogliamo restituire''.

E’ indubbio che le vostre assimilazioni stilistiche coinvolgono il prog-rock anni ’70-'80 ma anche con tinte più muscolose e dark, tra P.F.M. e Teatro degli Orrori. I nomi citati rientrano nelle vostre preferenze ispirative? ''Le band a cui ci accosti sono assolutamente tra le nostre preferite ed è un onore vedere il nostro nome associato al loro. Personalmente poi reputo l’esperienza del Teatro degli Orrori una delle più belle e significative nel panorama italiano contemporaneo e mi dispiace sapere che da poco la loro formazione si è sciolta. Mi auguro che le bizzarie di Capovilla continuino ad imperversare su questo assopito panorama “rock” italiano. Di base tutti noi siamo stati e siamo tuttora degli appassionati del genere progressive, a partire dalla scena inglese anni '70. Pink Floyd, King Crimson, Yes, Jethro Tull – solo per citare i primi che ci vengono in mente – e dei nostrani Area, Premiata Formeria Marconi (PFM) e Perigeo. Il carattere cantautorale deriva senza dubbio dalle influenze della produzione italiana anni '70, ma hanno avuto un ruolo molto importante anche la produzione new wave degli anni '80 anni e la scena grunge e alternative dei '90: Soundgarden, Alice in Chains, Motorpsycho e soprattutto i Tool''.

Le stesure prog sono caratterizzate, sovente, da suite di media-lunga durata. La vostra “Millenovecentottanta” tocca i 10 minuti, “Akhenaton” otto. Alimentate anche voi (come tanti proggers) il sogno di riempire, con un solo brano, l’intera facciata di un disco? ''Sì, certo, anche se non è mai stata una scelta consapevole. Spesso le nostre sessioni di prove sono completamente improvvisate e, partendo da una piccola idea, una traccia sonora, ci piace sempre intessere e trovare mille altre derivazioni sonore e vedere dove ci conducono. Il nuovo album, di prossima uscita, sfida esattamente questo principio inconscio ed ogni brano è pieno di microcellule che si moltiplicano e deviano il percorso come spore impazzite, per “reincarnarsi” alla fine nella prima idea generativa del brano. Forse è l’attitudine prog, forse è la voglia perenne di uscire dalla forma-canzone tradizionale. In questo, guardiamo spesso ai nostri amati “zii” Motorpsycho ed agli amici Elder come fonti incredibili di ispirazione continua''.

A proposito di disco: “Tutti i colori del buio” esce anche in vinile in edizione limitata. Perché questa scelta, non di facile attuazione, per una band emergente? ''Non ci interessano minimamente le logiche commerciali o le esigenze radiofoniche. Siamo stati fortunati ed abbiamo avuto uno zoccolo duro di amici e fan che ci hanno permesso di realizzare una campagna crowdfunding per la realizzazione del vinile, che era l’idea originaria con cui avevamo concepito “Tutti i Colori del Buio” secondo un principio semplice: nell’epoca della liquidità, del bombardamento continuo di informazioni, degli mp3, di Spotify e di tutto ciò che è sostanzialmente fatuo e velocissimo, abbiamo scelto di andare in controtendenza completa ma non in maniera suicida. Ci piace pensare che il vinile sia la dimensione perfetta per il nostro sound, che richiede attenzione, calma, cuffie, ascoltare un lato, girare il vinile per ascoltarne il secondo. Un lungo momento di pausa per staccare dal quotidiano ed assorbire l’esperienza musicale appieno. Così come in fondo siamo stati abituati noi stessi con i dischi degli artisti che ci hanno formato''.

Perché avete optato per la registrazione in presa diretta senza marcature digitali? ''Abbiamo cercato di catturare il più possibile quello spirito sperimentale ed un po’ selvaggio che ci contraddistingue sia in sala che nei live. Sembra assurdo ma tendenzialmente quando suoniamo dal vivo non ci formalizziamo mai troppo ad eseguire una canzone così come l’avevamo scritta ed incisa, l’errore o l’espressione improvvisativa di ciascuno di noi è sempre ben accetta. E poi siamo fissati con l’amplificazione valvolare e col suono analogico che ha una resa ed un calore che nelle registrazioni e nei mastering di oggi si è completamente perduto. Abbiamo registrato “Tutti i colori del buio” in tre giorni filati, senza sosta, chiusi nella nostra sala di registrazione e sovraincidendo poi soltanto le tracce voce. E se avessimo potuto catturare ancor di più quel ‘calore nero’ che è stato questo primo disco lo avremmo registrato direttamente tutto dal vivo come si faceva una volta''.

Quante difficoltà avete incontrato nell’abbracciare la scelta espressiva in italiano per un genere che, tradizionalmente, non viene usato? ''Devo essere sincero, nessuna. E’ venuto tutto molto naturale e istintivo, una decisione spontanea maturata tutti e tre insieme. A me sembrava il modo migliore per accompagnare quei suoni e di fatto c’è un intento fortemente narrativo nell’impianto voci di tutto il disco. Può risultare ostico e commercialmente - ancora una volta - una scelta discutibile e difficile, ma la lingua italiana è stata un mezzo molto efficace per raccontare una serie di stati d’animo, di ipotetici dialoghi tra dimensioni della psiche. È una lingua bellissima, ricca di sfumature e mi ha permesso di sperimentare sia sulla voce che sulla natura linguistica dei testi. Ho pensato costantemente agli Area e a Demetrio Stratos, non tanto per fare un paragone musicale (non mi permetterei mai, sono e resteranno per sempre inarrivabili!) ma quanto per la loro strenua volontà di raccontare qualcosa, di parlare costantemente di un contenuto obbligando l’ascoltatore a fermarsi, a pensare, a partecipare attivamente al processo di fruizione della musica. Le parole, se scelte bene, fanno una immagine, e sono potentissime''.

Una volta passata l’emergenza sanitaria, saranno previste date live? ''Stiamo curando personalmente la promozione e la vendita del disco attraverso i canali social e tramite la nostra pagina Bandcamp. Siamo molto soddisfatti dei risultati che stiamo ottenendo senza alcun supporto esterno e questo per noi è un traguardo più importante di quello che rappresenterebbe un tour. Ma non ci siamo mai fermati, la nostra ricerca sonora ci sta portando verso nuovi lidi: ci piace scommettere e sorprenderci, sperimentando a tutto campo. Il nuovo disco è “in forno”, stiamo ultimando gli arrangiamenti che hanno un tono marcatamente più doom, più progressive e più psichedelico e sentiamo l’esigenza di asciugare anche le parole. Di fatto, abbiamo spiazzato noi stessi intraprendendo la strada del mercato estero con un disco che sarà interamente cantato in lingua inglese. Tuttavia lo stop forzato dovuto a questa pandemia globale ci rammarica molto. Ma siamo certi alla fine di tutto questo ci sarà di nuovo, e più bella di prima... la Vita, la Musica, l’Immaginazione. E ne vorremo tutti molta di più. Siamo pronti per tornare''.

Un sincero ringraziamento ai Nautha per averci raccontato del nuovo album, e formuliamo a loro le migliori prospettive artistiche.