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25/09/2020   HO.BO
  ''Rifrazioni del proprio essere interiore'': intervista a Samuel Manzoni

Intervista di Samuele Conficoni

SC: Il vostro nuovo album, A Man with a Gun Lives Here, mi pare un disco cupo, stratificato, con tanti momenti di speranza ma attraversato anche da inquietudini opache e sinistre.

SM: L’idea del disco è proprio quella, Samuele. Un’alternanza di storie cupe e sinistre, come suggerito dal titolo nonché dalla simbologia stessa, che lascia spazio a momenti più riflessivi e introversi come nel caso di Summer Clouds. Sono presenti parecchie citazioni letterarie all’interno dei brani, a cominciare da Jack London, la cui raccolta di scritti La Strada è stato un punto fermo per comprendere appieno l’idea del vagabondo-viaggiatore, l’hobo per l’appunto. Dall’anacronismo distopico di Prairie-dogs, ispirato alla narrativa “steampunk” di The Steam Man of the Prairies, si passa alle sfumature più oscure di Edgar Allan Poe e Truman Capote; di fatto, non è un caso se una delle tracce del disco si chiami proprio In Cold Blood (A Sangue Freddo), seppur non vi sia alcun riferimento narrativo o testuale con il celebre romanzo. L’album è stato concepito partendo dal simbolo che letteralmente significa A Man with a Gun Lives Here. Nel disco vi sono ben quattro murder ballads, ognuna delle quali riflette questi aspetti cruenti in modo totalmente autonomo. Se in Falling down, Henry la morte si palesa per via del rancore, in A Tiny Man Called Smith il nostro protagonista viene ucciso per via di un banale gioco di parole solo a causa dell’assonanza tra Smith (un comune cognome) e tinsmith (il lattoniere). Qui la collaborazione con Swanz the Lonely Cat, voce dei Dead Cat in a Bag, ci ha permesso di rendere ancor più surreale l’atmosfera finale del brano. Una curiosità. Quello che suona come un contrabbasso è in realtà una tanica di kerosene con un manico di scopa e una singola corda. Le altre due “ballads” sono chiaramente In Cold Blood, dove la noia di una stanca coppia di amanti viene sedata grazie all’omicidio di un uomo, e The Curse of Peak Hill, che narra le vicende di un giovane giocatore d’azzardo infatuatosi di una pericolosa femme fatale. In questo brano è stato ampio spazio allo slang “southern”, utilizzando modi di dire e espressioni tipiche degli stati del Sud. Chiude il tutto Bones Orchard, il mio personale omaggio alla figura indelebile del nonni.

SC: Il disco è arrangiato e prodotto in maniera estremamente meticolosa, quasi maniacale. Per quale motivo avete scelto questo sound? A quali altri artisti avete guardato e come i temi affrontati nei testi si integrano con questo sound?

SM: Abbiamo registrato il disco nel nostro piccolo studio (NostudioRec) esclusivamente su nastro per conferire al prodotto finale un suono più intenso e caldo. Di fatto, la scelta di stampare il vinile come supporto finale è stata pressoché immediata. Le sessioni di registrazioni sono andate avanti circa un annetto, una/due volta a settimana. Abbiamo passato serate a lavorare solo su una singola linea di chitarra, questo per dire come sia venuto fuori in modo del tutto naturale e spontaneo. Io arrivavo con delle mere tracce voce/chitarra acustica e da quelle basi abbiamo costruito tutti i suoni presenti nel disco. Credo che nessuno di noi si sia imposto un sound da seguire quanto piuttosto si sia calato perfettamente nella parte come un ottimo attore. Devi sapere che arriviamo tutti da esperienze di ascolto nonché di band completamente lontane e disparate; questo ha però permesso a tutti noi di creare qualcosa di singolare ma soprattutto di condiviso. Quando ho pensato a HO.BO, ho pensato prima di tutto alla condivisione e contaminazione di idee divergenti. Devo dire che ci siamo riusciti. Non ho intenzione di sbilanciarmi con riferimenti ad altri artisti, sarebbero davvero troppi. Una menzione speciale va a Carlo Barbagallo di Noja Recordings, il quale lavoro su mix e master è stato superlativo. Amalgamare la miriade di suoni che si intrecciano nel disco non è stato così semplice ma il risultato finale ha soddisfatto tutti appieno.

SC: Questo 2020 è un anno imprevedibile e assurdo. Come lo state vivendo? A Man with a Gun Lives Here è nato, suppongo, prima della pandemia. Un punto che mi preme approfondire è il rapporto che queste canzoni hanno con questa “nuova vita”, con la contemporaneità.

SM: Ti confermo che il disco è stato pensato e registrato in toto prima della pandemia, pochi mesi dopo l’uscita del primo EP (2/10). Ti assicuro che non vi è alcun influsso riguardante l’attuale situazione sanitaria. Resta il fatto che i brani son quasi sempre riflessioni e rifrazioni del proprio essere interiore, e quel che trasuda è semplicemente la nostra “contemporaneità”. Non c’è un legame testuale con l’attualità del momento a meno di non saperli cogliere tra le righe. Psalm è un brano difficile all’ascolto perché non va dritto, destabilizza volutamente. È stato concepito come un omaggio vocale agli holler field americani ma non è un vero e proprio blues. Si tratta piuttosto di un’interpretazione che anziché collocarci sul Delta del Mississippi trasporta nella nostra contemporaneità, le rive del fiume Cervo.

SC: Per un anno assurdo che arriva c’è un anno – e nel nostro caso un decennio – terminato da poco. Come avete vissuto gli Anni Dieci, gli anni del vostro debutto, gli anni che forse hanno più influenzato la vostra crescita artistica? Quali dischi, film, libri dello scorso decennio vi hanno colpito particolarmente?

SM: Chiedi troppo. È una domanda parecchio ampia per poterla affrontare in poche righe. Posso solo dirti che noi assorbiamo continuamente ascolti. Siamo curiosi e aperti ad ogni idea e genere musicale. Questo credo basti per offrire un’idea olistica sulle nostre idee al riguardo. Ti ringrazio, Samuele, è stato come sempre un vero piacere. E grazie ovviamente a Music Map per questa intervista.