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22/10/2020   FABRIZIO CONSOLI
  ''Solo il grande amore per questo mestiere mi ha permesso di proseguire...''

Fabrizio Consoli è un musicista con un fitto e pregiato background. Il suo stile abbraccia una formula di jazz, pop e cantautorato di ricerca, apprezzato non solo qui da noi ma anche in Europa. Lo incontriamo per saperne di più sul nuovo album “Con-certo jazz” uscito il 2 ottobre.

Ciao Fabrizio. La tua origine artistica ti vede impegnato (dagli anni ’80) come session-man di grossi nomi come Finardi, PFM ed altri. Poi, dal ’93, parte la carriera solista, fatta di quanti album e quanti sogni nel cassetto? ''Sono solito separare il mio percorso professionale in due parti nette: da una parte ciò che è successo fino alla fine degli anni '90, un periodo che mi ha visto inseguire il mainstream di quegli anni, alla ricerca, credo giustamente, di un successo popolare, per il quale forse (ma forse), non ero tagliato. Dall'altra dai primi anni 2000 sono partito da un presupposto diverso, diventato poi una “dichiarazione programmatica” già dal titolo del primo album (''18 Piccoli Anacronismi''), e cioè quello di produrre musica che in qualche maniera potesse conservare il suo senso profondo, e accompagnarmi a prescindere dal futuro in cui l'avrei ascoltata. Oltre a varie partecipazioni, in questi anni ho prodotto 3 album in studio e due live. Ti dirò di più: i tre album in studio fanno parte di una quadrilogia (che prenderà 20 anni di lavoro), e di cui il prossimo episodio sarà la conclusione. Ma questa è un altra storia, e un altra avventura''.

Cantautore ma anche firma di colonne sonore e di pezzi per Dirotta su Cuba, e Finardi, ma anche del particolare progetto di “Forgive us”, con la voce di Giovanni Paolo II°. In cosa consisteva? ''Nei '90 ho fatto un po' di tutto, l'autore, il produttore, il session man, l'arrangiatore, il realizzatore di jingles pubblicitari. Ma la cosa di cui probabilmente vado più fiero è aver fatto “cantare” Sua Santità Papa Giovanni Paolo II°. Si prese la voce del Pontefice mentre cantava a cappella il Prefatio della Maternità costruendoci un pezzo, non dissacratorio, a metà tra Deep Forest e Pink Floyd: piacque talmente tanto che io e Andrea Mariotti (il mio socio dell'epoca) lavorammo per un anno con le Edizioni Paoline''.

Nel ’94 hai vinto Sanremo Giovani: come cambia la consapevolezza di un artista quando si afferma in una kermesse cosi popolare? ''Premetto che vincere “Sanremo Giovani” nel '94, a differenza di oggi, significava “vincere” la partecipazione al Sanremo “vero”, del Febbraio successivo. Per me Sanremo è stato un grande “frullatore”, mediatico e umano, in cui ho capito molte cose a proposito del successo e della sua evanescenza... Sono passato dall'avere 5 editori che litigavano per le edizioni della mia canzone con il telefono che suonava ininterrottamente, al dovermi prendere un treno da solo per tornare a casa. Ho capito la differenza tra il presentarsi solo o con una squadra che crede in te, decisa a seguire il tuo percorso comunque fosse andata la tappa di Sanremo. Un risveglio (umano soprattutto) molto brusco: solo il grande amore per il mio mestiere mi ha permesso di proseguire''.

Il quinto album “Con-certo jazz” è uscito il 2 ottobre. Trattasi di un altro live, a distanza di 8 anni da “Live in Capetown”: perché questo ritorno d’incisione dal vivo? ''I motivi per pubblicare un live sono molti, dal mio punto di vista, qualcuno decisamente buono... Intanto, in un momento come questo, in cui importa poco di qualunque disco - figuriamoci di un live - realizzarlo significa sentirmi ed essere controcorrente, come forma di resistenza attiva al disfacimento di un mondo pieno di altri valori, e questo attraverso la testimonianza di quello che so fare, cioè suonare... Poi, è anche fermare, “cristallizzare”, un momento che per sua natura è sempre irripetibile: dopo un periodo di lavoro faticoso ma fortunato. E dopo un lungo tour una band suona per forza molto bene... Basta fermarsi per un po', un membro che cambia progetto, e tutto scompare come una bolla di sapone... Questo, a coronamento di un uscita discografica che nel mondo della musica davvero indipendente (e non “l'indie” di tendenza che è ormai praticamente il mainstream nostrano) mi ha portato a suonare molto, e ben oltre i confini europei... Inoltre, avendo delle tempistiche di scrittura molto larghe, non posso permettermi di sparire per lunghi periodi. Detto ciò, la verità ultima è che reputo sempre essere una grande fortuna poter salire sul palco in circostanze degne del mio mestiere, e quindi possiamo anche immaginare un album live come il tributo a un grande amore della mia vita, il palcoscenico''.

“Live from the heart of Europe” è il sottotitolo del nuovo album, quasi a voler simboleggiare che “dal cuore dell’Europa” proviene il battito della tua musica? ''Il sottotitolo dell'album è decisamente importante, e ha una duplice valenza... Da una parte, sottolinea, con leggera ironia, l'aver registrato un concerto in Svizzera (a Zurigo), un paese geograficamente cuore e centro d'Europa, ma che non si trova “IN Europa”, perchè non ne condivide il progetto politico... Dall'altra pone l'accento su quanto in quel momento io portassi, sì, un po' d'Italia e d'Europa su quel piccolo palcoscenico “straniero”, ma insieme a un “sentire” Europeo di cui vado egualmente fiero... Convinto europeista della prima ora, trovo che sia un progetto fantastico, capace di farmi sentire a casa un po' ovunque, e che ci ha regalato, per la prima volta nella storia, un po' di pace duratura. A chi mi risponde che l'Europa di oggi non è certo un esempio di perfezione, rispondo che sono d'accordo, ma che questo non tocca il grande sogno di una comunità continentale sentita come casa comune... Anche le più grandi utopie sono gestite da uomini, per loro natura, fallibili''.

Dici che “Oggi risulta difficile affermarsi in nuovi repertori e che il concept-album sia l’unica strada percorribile per dare un senso all’investimento di vita vita e all’arte”: perché? Quindi ogni tuo nuovo lavoro di inediti andrà in questa direzione? ''Tutta la seconda fase della mia carriera, ad esclusione dei live, è caratterizzata dalla produzione di “concept album”. Si tratta di album che hanno in comune una concezione e una struttura quasi architettonica, pensata per restituire una visione di insieme del disco. Una scelta molto precisa e ponderata, basata sull'idea che, mediaticamente, è molto difficile che una canzone, anche molto valida radiofonicamente per esempio, trovi lo spazio e il tempo per affermarsi. Quindi, concentrarsi sull'idea di costruire delle piccole opere, mi sembra l'unica maniera per valorizzare il diverso carattere delle canzoni, e dare loro un senso più profondo nel contesto di un progetto. Fondamentalmente credo non ci sia altro modo per produrre qualcosa che abbia la velleità di lasciare un segno, in questo tempo, così superficiale''.

Le canzoni dovrebbero andare oltre alla capacità evocativa, alla loro compiutezza e alla loro natura di storia a sé? ''Sì, ne sono convinto. Per quanto mi riguarda, ad esempio, nel caso del nuovo disco, ogni canzone fa storia a sé e ha un suo senso autonomo, ma nell'album ognuna assume un ruolo fondamentale, e una forza che altrimenti non avrebbe da sola. Ti dirò di più. Il senso e il perchè di questa scelta sta nell'idea che tutto il mio lavoro sia stato, e sarà, immaginato e costruito, per quanto ne sono e sarò capace, per sfidare il tempo''.

Sei ancora d’accordo con quel fonico che, in una rassegna musicale in Baviera, alla tua domanda se lui avesse idea su che generi facevi, rispose ”Oh… sei italiano: Tu suoni canzoni d’amore…”? ''Un aneddoto molto divertente, il sound engineer di quella sera mi rispose come fosse convinto che “Love Song” fosse un genere, come il rock o la world music o il jazz, e che fosse il genere praticato da tutti i musicisti italiani! Per cui, che senso poteva avere ascoltare qualcosa del mio repertorio per capire il “mio genere”? 'Love songs', dai, quello era! Al di là di questo, sì, ne sono convinto, per me ogni vera canzone rappresenta una faccia possibile, ma anche impossibile, dell'amore, in ogni sua declinazione e sfaccettatura''.

Ringraziando Fabrizio Consoli per l’incontro, gli auspichiamo di estendere la sua elegante musica in più stati d’Europa e, perché no? Del mondo.