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''Non ho dipendenze a parte la liquirizia... che riesco comunque a controllare...''

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09/12/2020   OZONE PARK
  ''Le radio propongono il 3% di quello che si può ascoltare. Liberatevi dalle catene e cercate!...''

In una calda serata estiva di metà seventies, il decennio che incarna la culla del progressive rock, nel bel mezzo del concerto labronico di uno dei più noti batteristi jazz al mondo, mi imbarcai in una discussione col mio compagno di scuola e di infatuazioni musicali su uno dei primi dischi degli EL&P (probabilmente il capolavoro ''Trilogy''): allo sfumare del discorso si finì… nelle braccia di Morfeo. Risvegliati dall’inopportuno pisolino, attorno a noi sguardi di comprensibile sdegno uniti a risatine sarcastiche. Che vergogna! Oh no? A veder bene ci trovammo là quasi per caso, per curiosità o forse per sfida dopo esserci sorbiti i sermoni di spocchiosi jazzisti secondo cui l’unica musica degna di tale nome era (ovviamente) il jazz. La passione per il rock, a loro dire, poteva tutt’al più essere espressione di una fase giovanile, transitoria, che andava necessariamente superata per poter accedere ai piani alti dell’arte musicale, condizione unicamente raggiungibile con l’iniziazione jazzistica.

Sia chiaro: la scarsa sensibilità di fronte a un capolavoro di Michelangelo o Caravaggio (e parallelamente, di Bach o Beethoven, Armstrong o Gershwin, Davis o Coltrane… mi fermo qua) non è certo dovuta a una qualche inadeguatezza dell’opera (ci mancherebbe altro!) ma ai limiti e/o alla scarsa rispondenza dell’osservatore (ascoltatore) legata a svariati ed imponderabili fattori individuali. Evidentemente, in quella calda notte d’estate il sofisticato sound jazzistico espresso dalla band del noto batterista statunitense mal si attagliava alla movimentata vita interiore della nostra adolescenza. Devo altresì prendere atto che, pur passate sessantatre primavere, la passione per il progressive è la stessa di allora (se non “peggiorata” 😊) e l’iniziazione prospettataci dai citati vaticinanti è ancora lungi da venire.

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Nella musica non è dato erigere barriere insormontabili fra i generi che tanto dividono appassionati e critici: si tratta tutt’al più di confini porosi dove la compenetrazione degli stili è la regola. Dagli anni settanta si assiste a un ininterrotto andirivieni di musicisti e gruppi che hanno saputo coniugare nei modi più vari gli stilemi del jazz con le magie del rock. Su tutti spiccano i caposcuola Weather Report, ma i nomi da fare sarebbero troppi; per limitarci agli italiani di tradizione settantiana citiamo Area, Perigeo, Arti e Mestieri, la stessa PFM in alcuni suoi dischi (sto pensando a ''Jet Lag'') e via di seguito fino al complesso e variegato panorama attuale. La originaria definizione di questa fertile convergenza ha scelto la soluzione più semplice, unendo i due generi in un unico composto, “jazz-rock”, talmente generico che è andato diluendosi nel tempo fin quasi a far perder traccia. Del resto, poche etichette resistono all’usura del tempo, ed oso sbilanciarmi nella previsione che anche il suo attuale erede, “fusion”, per le stesse ragioni possa andar incontro ad un analogo destino. Ma quel che conta, che ci emoziona (o meno) e che riesce a stimolare la produzione (o meno) di endorfine nel nostro organismo, non sono i concetti e le etichette ma le note.

La band che andiamo a conoscere si colloca in questo storico filone, tanto da dedicarvi il titolo del loro album d’esordio, ''Fusion Rebirth'' (2017): non resta quindi che dare la parola a Giuseppe Chironi (piano, tastiere, basso elettronico e voce della band).

Ciao Giuseppe, benvenuto a Music Map. ''Buongiorno! Grazie''.

Apprendo dall’interno copertina di ''Fusion Rebirth'' le circostanze della vostra nascita: curiose e simpatiche, originate dai momenti di ricreazione dagli impegni di un seminario jazz, importante sì ma un po’ noioso, unito ad un contesto ambientale “non proprio turistico”. Noia dunque come musa ispiratrice ma non certo riferibile a quello stato d’animo disforico legato ad uno spiacevole senso di vuoto (anche esistenziale) e al bisogno (spesso compulsivo) di stimoli così diffuso nella nostra società liquida digitale dominata dalla solitudine (del cittadino globale, aggiungiamo con Bauman, 2000) e dall’effimero narcisismo dei selfie, bensì nell’accezione di quel sano otium latino alternativo al negotium, spazio di contatto e condivisione svincolati dai binari delle regole, anche musicali, che stimola la creatività e l’improvvisazione (per usare un termine caro ai jazzisti). Ho letto bene quanto descritto nel booklet? ''Direi che la noia è stata uno stimolo importante. Quando non si hanno cose “pratiche” da fare, come riparare il lavandino rotto o stuccare un buco su una parete, restano le passioni e le pulsioni primarie a spingere avanti l’individuo. In quel momento la musica era a portata di mano, bastava solo farla venire fuori. E così abbiamo fatto''.

In ''Fusion Rebirth'' si apprezza un sound centrato su una base ritmica dinamica, “energizzante” grazie ad un calibrato connubio batteria-percussioni abbinato a suoni moderni alternati, nel primo disco, a provvidenziali interventi del sax: l’effetto sul tono dell’umore è decisamente positivo, rigenerante… ''''Fusion Rebirth'' nasce da una serie di miei spunti bassistici (eseguiti con le tastiere), poiché il basso è uno strumento che amo forse più dei pulsanti bianchi e neri (che sono quelli che suono d’ordinanza) sui quali inizialmente gli altri hanno improvvisato per puro divertimento Newyorkese. Poi abbiamo iniziato a strutturarli, incastonarli, variarli, creando regole e spazi. E da li è nato sostanzialmente il primo disco. Poca razionalità iniziale. La ragione è venuta dopo''.

Sebbene riconosciate esplicitamente le vostre matrici progressive settantiane, non mi è risultato facile rintracciarle nel primo album, almeno dai suoi primi ascolti. Prendiamo dunque la strada più breve per svelare le vostre fonti di ispirazione ai navigatori di Music Map:
a) i tre classici dischi che porteresti nell’isola deserta
b) la band (attuale e passata) che vorresti aprire in tour con Ozone Park...

''Nel primo disco c’è poco prog settantiano. Ti dò ragione. Ma qualcosa c’è, e di peso. Hanno influito i miei ascolti giovanili dei Goblin e dei Level42. Ma per rispondere alla tua domanda:
a) ''Crac!'' degli Area, ''Paris Milonga'' di Paolo Conte, ''Planetarium'' degli Ozone Park
b) Aprirei volentieri un concerto di Frank Zappa''.

''Planetarium'', il vostro secondo lavoro recentemente uscito, presenta significativi momenti di discontinuità rispetto all’esordio, forse per la mancanza del sassofono (siete passati da quattro e tre elementi) unita all’introduzione di strumenti che garantiscono sonorità marcatamente vintage (in primis la mitica Korg M1, a proposito di radici progressive). Spuntano poi inattesi e buffi coretti filtrati, ironici, dissacranti, che non possono non far pensare (e torniamo ai settanta) al mito dell’anti-mito Frank Zappa… ''Il secondo disco è l’inverso ideale del primo. La mancanza dei fiati non è stata determinante nel suo concepimento. Noi siamo cambiati… e lo siamo anche durante i numerosi concerti live di ''Fusion Rebirth'', che veniva fuori concerto dopo concerto sempre più complessa ed arrangiata. Il live di ''Fusion Rebirth'' è totalmente diverso dal disco. Qualcosa di molto più elaborato e tosto. Una via di mezzo tra il primo disco e il secondo. Per tornare a ''Planetarium'': è un disco che ha richiesto oltre 1 anno di registrazioni e arrangiamenti. E’ estremamente più ricco e complesso, forse più progressive nel significato letterale, ma sicuramente più elaborato. Abbiamo esplorato confini esistenziali e cognitivi più profondi. Abbiamo lavorato sodo, strutturato tutto millimetricamente e nel contempo ci siamo liberati delle regole. Abbiamo razionalizzato l’anima e animato la ragione''.

Potremmo dire che in qualche modo ''Planetarium'' riprende più da vicino gli stilemi del progressive… del resto l’imprinting musicale originale e le esperienze incamerate sono come le frecce in una faretra da estrarre al momento opportuno... ''Come ti ho detto è un album calmo, pensato. E’ un album Diesel. Ci vuole tempo per capirlo, il viaggio è meno esasperato, ma l’uso di un nuovo mezzo ti consente di apprezzare appieno il panorama. Molto meno libero e più difficile da eseguire. E’ un esperimento, ma non prenderlo come una regola per il futuro. Tutto, nel prossimo disco, potrebbe cambiare. Potremmo decidere di esplorare i ritmi tribali o la profondità degli oceani. Siamo prog perché ci piace tutta la musica, non perché ci piace solo la musica “prog”...''.

Un altro cambiamento (evoluzione?) degno di nota rispetto a ''Fusion Rebirth'' è il passaggio dal basso elettronico (con tastiera) all’introduzione del basso elettrico suonato da Gianluca Cossu, percussionista-vibrafonista. Cosa vi ha portato a questa scelta? ''L’ecletticità di Gianluca è sorprendente. Potrebbe suonare qualunque cosa dopo pochi mesi di studio. Abbiamo inserito il basso elettrico in gran parte dei brani (ma non dappertutto) e il risultato è stato molto bello. Mi aspetto molte sorprese da Gianluca in futuro, ma mi manca anche molto il suo Vibrafono. Mi piacerebbe un disco legato ai ritmi, con un ritorno all’antico nei bassi, e grandissima libertà espressiva in batteria e percussioni. Ma non è detto che gli altri siano d’accordo. Ecco perché ti dico che in futuro devi aspettarti di tutto. Però mi è piaciuto cantare. Questo si, lo rifarò''.

D’istinto mi verrebbe da dire che la vostra musica, sebbene si avvalga di molti suoni elettronici, si presta molto più all’opzione live (ahinoi assai in crisi in seguito all’emergenza sanitaria) più che alla cura del dettaglio davanti ad un computer o a una consolle di uno studio di registrazione. Se è così, come state vivendo questo momento, anche in relazione alla promozione del nuovo disco (fattibile attraverso canali alternativi, in primi online? Altro?) e, soprattutto, cosa si intravede nella sfera di cristallo di Ozone Park? ''Abbiamo un faro: un concerto a New York in programma per il post Covid. Siamo stati invitati dalla municipalità che conosce e apprezza i nostri dischi. E un piccolo tour italiano, che cercheremo di definire meglio dopo questo periodaccio pandemico. Abbiamo fatto moltissimi live del primo disco (ve li consiglio, sono mille volte più coinvolgenti dell’ascolto del disco stesso) e uno solo del secondo, la presentazione, peraltro andata alla grande (abbiamo venduto tutte le copie fisiche del disco a nostra disposizione). I nostri live sono “particolari” nella parte scenografica e maniacalmente curati nella parte esecutiva. Quando potremo ricominciare vi inviteremo a un nostro concerto''.

Nel ringraziarti dandoti l’arrivederci alla prossima occasione, ti do “il là” per rivolgerti ai naviganti abituali e ai visitatori occasionali di Music Map… ''Voglio ribadire ai lettori un concetto che non mi stancherò mai di ripetere: c’è tantissima bella musica nuova e fresca, oggi. Basta cercarla con intelligenza. Il presente non è affatto povero di bellissima musica. Io direi: meno radio, più ricerca attiva. Non fate decidere a una radio cosa farvi ascoltare. Decidete voi! Perché, a parte rari casi, purtroppo le radio oggi propongono appena il 3% di quello che si può realmente ascoltare. E nemmeno il 3% migliore. Liberatevi dalle catene e cercate!''. (MauroProg)