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24/07/2011   ONE DIMENSIONAL MAN
  'Lavorare stanca, ma bisogna fare dei sacrifici!'

Nell'ambito del progetto “Il lavoro culturale” (trovate informazioni all'indirizzo www.lavoroculturale.org), abbiamo incontrato Pierpaolo Capovilla (basso e voce) e Luca Bottigliero (batteria) degli One Dimensional Man, in occasione della loro esibizione presso il festival dell'arte ''Ne pas couvrir!'' di Bucine (AR), svoltosi tra il 14 e il 16 luglio. La band sta infatti promuovendo il nuovo album “A better man”, uscito a giugno per La Tempesta International e che vanta numerose collaborazioni artistiche, a partire dai testi scritti dal pittore e poeta australiano Rossmore James Campbell fino a membri di Bloody Beatroots, Zu, Aucan, Afterhours e Calibro 35 fra gli altri. Dopo una pausa di ben sette anni, dovuta agli altri progetti dei componenti, uno dei gruppi alternativi più attivi degli anni novanta si è così ricongiunto grazie al rientro di Giulio Ragno Favero alla chitarra. Figura poliedrica, oggi tra i più importanti produttori indipendenti d'Italia, l'apporto di Favero è importante anche in fase di direzione artistica, confluita in una decisa impronta elettronica sulla regolarità esplosiva e potente dei ritmi di marca One Dimensional Man. Luca Bottigliero arriva invece a sostituire Francesco Valente, batterista che ha accompagnato gli altri due membri della band nel Teatro degli Orrori, gruppo che ha rappresentato una vera e propria rivelazione rock degli ultimi anni, portando nel Bel Paese il suono del noise rock di Chicago (Jesus Lizard in primis) e costituendosi come punto di riferimento per tutto il panorama nazionale. Prima del concerto abbiamo approfittato della grande disponibilità dei musicisti per parlare della condizione del lavoratore-musicista al giorno d'oggi in Italia, tra difficoltà del mercato discografico, meccanismi di espressività e significato del proprio ruolo sociale. Come si fa a vivere di musica nel 2011 in Italia? "E'...impossibile!". Però voi lo fate! "Non senza pochi problemi! Arriviamo alla fine del mese quando ci riusciamo, se non avessi il Teatro degli Orrori... Peraltro quando io e Giulio abbiamo fondato il Teatro abbiamo pensato proprio a questo: se non ce la fai con una band ce la fai con due! Io ho 43 anni e vivo di musica da 10 mesi... E' difficilissimo a meno che non ti tuffi nel mainstream e non vendi te stesso, ma neanche... Devi andare a X-factor, ma neanche lì guadagni secondo me, te li rubano tutti i soldi! Beh un po' è finita la cosa di vent’anni fa che si vendevano i dischi e già con gli introiti che ricavavi riuscivi a vivere, oggi spesso devi fare un disco per fare la tournée. Vent'anni fa facevi la tournée per promuovere il disco, adesso devi fare un disco per poter fare la tournée, quindi si è passati da dei parassiti sociali che erano le rockstars a degli artigiani che devono lavorare dal mattino alla sera per arrivare alla fine del mese. Bisogna barcamenarsi". Nel vostro ultimo disco si sente una forte componente elettronica... "ODIO L'ELETTRONICA! [risate] No va bene, chiamiamola pure con quell'odioso nome..." Credete che sia la nuova strada da percorrere per la musica alternativa? "Oggi non è che ti devi adeguare, ma serve per richiamare certe atmosfere... Nel nostro disco c'è dove serve un tipo di atmosfera, non è messa per strizzare l'occhio o far piacere a qualcuno... Quando Elvis Presley incominciò a suonare la chitarra elettrica molti puristi gridarono allo scandalo... Noi con il Teatro abbiamo portato in Italia il suono di Jesus Lizard e Shellac prima di tutti, quello che oggi chiamano math-rock non so neanche bene perché, un suono geometrico, molto matematico, con una sezione ritmica ben precisa... Con l'elettronica abbiamo sempre avuto poco a che fare, ma ormai siamo cresciuti, cambiati anche come formazione, cultura e personalità... A 43 anni non ho più voglia di fare tutto il casino che facevo prima, ricerco di più la poesia, il contenuto e anche delle rimarchevoli differenze nella performazione dei pezzi... Quindi ben venga l'elettronica se è funzionale alla qualità del prodotto, ma non per voltare le spalle al proprio passato!". E il fatto di cantare in inglese? "Non c'è nessun valore aggiunto, è una grandissima fregatura cantare in inglese, perché noi siamo un paese latino, anche piuttosto ignorante, peraltro vent'anni di berlusconismo non passano indenni, vi ricordate le tre i, inglese, internet, impresa... tutte balle! In Italia nessuno sa l'inglese. All'estero non è così, in Germania, in Olanda si fanno anche dischi con pezzi in due lingue, non c'è la stessa chiusura mentale. Io ho sempre pensato che non importa la lingua con cui canti, ma le cose che dici, però mi sono accorto che col Teatro ai concerti chi mi ascoltava mi capiva... Le cose cambiano! Per quando la mia conoscenza dell'inglese possa essere approfondita non sono madrelingua, ed è un fatto determinante, solo con l'italiano riesco proprio a dire quello che voglio io, a essere me stesso". Però l'inglese potrebbe aiutarvi a uscire dai confini nazionali. È una finalità che ricercate? "Non è un fine ma uno dei tanti obiettivi che ci siamo dati, ne ho parlato sia con chi ci segue in Universal che con i nostri agenti, credo che sarebbe davvero importante suonare in Europa questa volta, perché abbiamo fatto un lavoro molto europeo e decisamente meno americano di prima, grazie proprio all'elettronica... Che poi l'elettronica è Giulio eh! Giulio è un terribile manipolatore, e a noi sta bene così perché abbiamo grande fiducia in lui come musicista". Per quanto riguarda il download, uno dei maggiori problemi per il mercato discografico, cosa ne pensate del fatto che la gente scarichi gratis? "Fanno benissimo, prima viene la giustizia sociale e poi i miei soldi! Chi downloada la musica in rete non ruba niente a nessuno, il furto lo fa il capitalismo italiano quando ti paga 900 euro per lavorare 10 ore in fabbrica. Se non ci sono i soldi perché mai dovrei pagarmi le cose quando ho la possibilità di scaricarle gratuitamente? La gratuità è un fatto di democrazia, io stesso downloado quello che mi pare, poi quando una cosa mi piace veramente la compro, non perché sento il dovere ma perché lo voglio ascoltare bene, perché a casa ho due buone casse, l'mp3 è un formato compresso, ecc...". Quindi un gruppo emergente che strategia dovrebbe adottare? "Molti cominciano a metterlo gratis online, se poi vi piace il disco e ci stimate venite al concerto, pagateci il biglietto e una maglietta, a noi va bene così... In America ormai funziona che danno mezzo disco gratis sul sito. Le case discografiche stanno cominciando a cedere perché hanno capito che devono iniziare a investire in modo diverso. È ridicolo il prezzo dei cd in Italia. Venti euro per un cd sono troppi, punto e basta. Giulio non sarebbe d'accordo con noi comunque, ha un'opinione diversa ma non si fa mai intervistare. Sono anche d'accordo con quello che dice lui, i dischi uno fa tanti sacrifici per farli, in termini di denaro ma anche di tempo per missarlo e poi lo ritrovi compresso in bassa definizione... Io ancora compro i vinili, è una sorta di rispetto, in un disco c'è una parte di te dentro e quando apprezzo un artista lo voglio ripagare in qualche modo, è una sorta di scambio". Al di là della soddisfazione personale, che senso ha fare musica oggi e in questo modo? "Io mi sto prendendo delle grandi soddisfazioni, vedo piazze gremite, amorevolezza e affetto da parte del pubblico, è bello essere amati. Ma poi a noi piace suonare, sul palcoscenico si torna veramente vivi! È in fabbrica che si muore, in ufficio si crepa piano piano... Anche se non ci arricchiamo noi siamo una categoria privilegiata nel lavoro, facciamo ciò che ci piace, godiamo dell'amorevolezza del nostro pubblico e prendiamo uno stipendio vero! Nessuno si arricchisce, ma si vive una vita piena, magari irta di difficoltà, contraddizioni con la vita privata... Lavorare stanca, ma bisogna fare dei sacrifici!". [Questa intervista sarà disponibile, con modifiche parziali, anche su www.lavoroculturale.org e nel numero di luglio-agosto di Feedback Magazine http://issuu.com/feedbackmagazine.it ] (Intervista a cura di Martina Concetti e Francesco Tommasi, Articolo a cura di Federico Pozzoni).