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21/05/2021   VANESSA PETERS
  ''Finalmente, a 40 anni, comincio di fregarmene dei critici...''

Ciao Vanessa, è un piacere ritrovarti costantemente ad alti livelli al trascorrere del tempo. Riflettevo sul fatto che – anche solo da “The Burden Of Unshakeable Proof” a “Modern Age” senza andare ancora più indietro - di cose nel mondo ne sono cambiate, e non parlo nemmeno della pandemia. Piuttosto, siamo passati da Trump a Biden: da americana, come la vedi? Non eri contenta di Trump, direi... ''Beh no. :) Non lo ero. E purtroppo non è scomparso. Lui c'è sempre, e insieme a lui c'è una sorta di sottofondo di razzismo e bugie che purtroppo ancora scorre nelle vene della scena politica americana da anni. Ma sono felice che Biden ci sia, e spero davvero che le cose possano migliorare. C'è molto da fare e non sarà facile. Così tante persone - persone che conosco, persone che ho anche nella mia famiglia - sono state avvelenate dalla televisione di Fox News e Trump, e non sarà facile convincerle a vivere di nuovo nel mondo reale. Ho dei parenti che mi spaventano davvero quando li sento parlare: il loro mondo non è per niente come il mio''.

Invece come sei cambiata tu? Il tuo modo di scrivere, il tuo sguardo sulla vita e sulle cose... ''Credo di essere più tranquilla, stranamente. Ovviamente la pandemia ha messo tutti in crisi ma, allo stesso tempo, mi ha dato tempo per considerare se volessi continuare a fare la musica, e in quale maniera. Mi ha dato lo spazio per fare un album che forse non avrei avuto il coraggio da fare pochi anni fa, perché avrei avuto paura che il mio pubblico non l’avrebbe apprezzato (essendo più rock rispetto ad altri dischi). Finalmente, a 40 anni, comincio di fregarmene dei critici. Prima mi importava fin troppo quello che gli altri pensavano; ora molto, molto meno. Ho anche meno paura di scrivere delle cose che trovo importanti. Anni fa, se parlavo di politica in una canzone (una cosa rara), nascondevo il tema attraverso metafore. Adesso, pur volendo scrivere in maniera “mia” (cioè sempre un po’ da letterata, con riferimenti a libri classici), sono più diretta''.

Rispetto a “Foxhole Prayers”, forse “Modern Age” cerca di essere più leggero e meno arrabbiato (ma ci sono pezzi come “Yes” o “Make Up My Mind”...), anche se conserva quell’amarezza di fondo che trovo spesso nelle tue canzoni. Come sempre, accoppia delusione (“The weight of this”) e speranza (“Still got time”): la vita può essere bella, ma c’è sempre qualcosa che non va, qualcosa da perdere, qualcosa che si è perso, qualcosa che si perderà. Sia a livello personale che come genere umano. Realismo o scarso ottimismo? ''Sai cosa? Parlavo di questo proprio ieri. Ho fatto un livestream dell'album “Sweetheart Keep Your Chin Up,” un album che ho fatto insieme agli Ice Cream On Mondays, uscito nel 2009. Durante il concerto, ridevo tra me e me perché alcuni pezzi sono proprio tristi, ma poi l’album finisce con “Okay From Now On”, che è abbastanza ottimistico, tutto sommato. Sono sempre stata così. Tendo ad essere sorridente, felice, e ottimista nelle mie interazioni personali, ma quando leggo le notizie, casco facilmente nei dettagli negativi. Credo che sia importante riconoscere entrambi i lati della vita. È inutile lamentarsi troppo -- You “can’t give up just ‘cause the bastards won”, no? -- ed è anche importante riconoscere tutta la bellezza che c’è intorno. Insomma, il mondo è pieno di contraddizioni. Se non lo fosse non sarebbe così interessante''.

Una volta Mark Kozelek ha detto: “Preferisco andare in tour da solo: stai in alberghi migliori, non perdi tempo a provare e se ti va bene puoi anche tornare a casa con qualche soldo”. Il tipo di canzoni che scrivi si prestano ad essere eseguite anche da sola e in acustico, ma trovo che rendano al meglio in elettrico e con una band: hanno sì una dimensione intima, ma conservano un’anima rock (tra l’altro, il video di “The band played on” mi piace moltissimo, è spontaneo, rende bene l’idea. Sarà per la canzone – che è irresistibile - ma è quasi malinconico). Dopo vent’anni di carriera, quale situazione puoi dire di preferire: far parte di una band stabile, presentarti da sola, o avere una backing band all’occorrenza? Cosa pensi si adatti meglio alla tua musica e a te come artista e performer? ''Sempre difficile, questa domanda. Mark Kozelek non ha torto. Però a quanto ho capito è anche un personaggio abbastanza solitario. Mi piace molto andare in giro con la mia band: mi fanno ridere, e ci divertiamo un sacco (come hai visto nel video che abbiamo fatto!). Ovvio che è più lavoro, e infatti quando suono con la band è quasi sempre una rimessa, a meno che non riesca a vendere tanti dischi dopo il concerto, ma per noi ne vale sempre la pena perché questo lavoro DEVE essere anche divertente, visto che rende così poco dal punto di vista economico. Poi credo che uno spettacolo con tutta la band possa creare i nuovi veri fan: lo streaming è una cazzata, non funziona assai per creare quel momento di connessione umano che ci vuole. Però non mi fraintendere, mi piace suonare da sola nelle situazioni tipo i piccoli teatri, ecc., quando faccio l’apertura ad altri artisti o band più grandi e c'è un pubblico che ascolta. Secondo me è la situazione perfetta per una serata in acustica. Scelgo giusto 6-7 brani, i migliori, per i quali riesco a fare anche un po’ di storytelling, riuscendo così a connettermi con il pubblico. Sono due situazioni diverse ma entrambi valide''.

Musicalmente “Modern Age” si spinge un passo più in là rispetto ai precedenti: non è solo Americana, prova a muoversi anche in altre direzioni, pure conservando il linguaggio tradizionale. Penso a pezzi come “Valley Of Ashes” o “Hood Ornament”, tra gli altri. Ti piacerebbe azzardare qualcosa di più spinto, in futuro? Ti vedrei bene a sfidare il jazz... ''Durante il 2020, abbiamo ascoltato tutte le sere (ma ti dico: tutte le sere!) il Bill Evans Trio mentre preparavamo da mangiare. Quindi è interessante sentirti dire che mi vedi bene a suonare il jazz. Mi piace molto, ma non mi ci vedo. Quei due pezzi – ''Valley Of Ashes'' e ''Hood Ornament'' - sono stati scritti insieme a Rip Rowan (il nostro produttore, il batterista della band, e anche mio marito). Lui ha scritto la musica e io ho scritto i testi. Non è stato facile per me, ma è stato un esperimento divertente che mi ha reso felice, siamo riusciti a creare un suono diverso che pare sia anche apprezzato da tante persone''.

Quando scopro che stranieri - cantanti, musicisti, attori, gente di spettacolo o di sport - parlano italiano e lo parlano pure bene, non so perché ma mi sento contento: quindi sarà anche scontato, ma chiuderei chiedendoti del tuo rapporto con l’Italia, che dura oramai da parecchio. ''Nemmeno io lo so spiegare - succede anche a me quando la gente mi dice di essere innamorata del Texas - ma ti capisco! Lo sai che sono innamorata dell’Italia, ormai da metà della mia vita? E so benissimo che non sia un posto perfetto. Conosco bene le sue imperfezioni, ma io qui mi sento a casa. Mi piace il ritmo, le persone, il clima, la varietà geografica, il cibo, il senso di umore degli italiani. Spesso incontro italiani che non sono soddisfatti del loro paese - e come li capisco bene! - ma posso assicurare che l’Italia sia un posto davvero speciale''. (Manuel Maverna)