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31/08/2021   OLDEN
  ''Cerco di esternare delle sensazioni, spesso anche contraddittorie ma autentiche...''

Olden (Davide Sellari) è un cantautore Perugino (ma ormai di stanza in Catalogna), attivo dal 2012. Oggi, lo incontriamo per saperne di più sul nuovo album “Cuore nero”, progettato in collaborazione con Flavio Ferri (Delta-V).

Ciao Davide. Prima di parlare del nuovo album, accenna ai nostri lettori qualche frammento di biografia e perché hai deciso di trasferirti a Barcellona? ''Sono ormai a Barcellona dal 2007, quindi da quasi 15 anni, un bel pezzo di vita. Il perché di questo mio trasferimento è in realtá un insieme di motivi, strettamente personali, soprattutto, ma anche per una visione “pubblica” di ciò che era l’Italia in quegli anni, un Paese che stava giá vivendo l’inizio del suo appannamento culturale e sociale''.

Il nuovo disco “Cuore nero” si distacca un po’ dal precedente “Prima che sia tardi”, sempre uscito per la V-Rec, confermando il tuo sodalizio anche con Flavio Ferri. Ce ne parli? Quanta “chimica” si è, ormai, instaurata tra voi? ''Io e Flavio siamo piú per la vodka che per la chimica, in realtá :) A parte questo, comunque, posso solo dire che la nostra “relazione artistica” (che è poi anche umana, ovviamente) continua a funzionare benissimo e, soprattutto, non è mai uguale a sé stessa. Credo ci sia stata un’evoluzione non solo prettamente musicale, ma anche di intesa e di linguaggio, di comprensione, di apertura verso nuove strade, mai facili, mai troppo asfaltate, ma indubbiamente affascinanti. La cosa piú importante che ho imparato da Flavio è stata prendere le distanze da me stesso, non adagiarmi troppo su terreni rassicuranti, ma provare a dimenticarmi tutto per poi rinascere ogni volta. E non ho ancora finito, ne sono sicuro''.

Anche se “Cuore nero” non si può definire un vero “concept-album”, però ci sembra che in qualche modo si possa scorgere nelle 9 tracce un trait-d’union tra loro per affinità dolenti ed improvvisi bagliori di luce: può essere? ''“Cuore Nero” è senz’altro un album molto “compatto”, in un certo senso “granitico”. Perché racconta la paura del buio e della solitudine, insieme alla voglia di ripartire, in qualche modo, per ritrovare il senso, il filo del discorso. Sono stati mesi difficilissimi per tutti, anche per me, e non solo per la dannata epidemia, ma anche per episodi del tutto personali che mi hanno costretto a pensare e a riflettere molto, forse come non mai. E tutti questi pensieri, automaticamente, sono diventati poi canzoni''.

Qual’è il messaggio recondito del singolo “Per diventare un fiore”? ''Questo esattamente non lo so, non decido a priori un messaggio quando scrivo, piuttosto cerco di esternare delle sensazioni, spesso anche contraddittorie ma autentiche. Ricordo che nei giorni in cui ho scritto questo pezzo avevo bisogno di buttare fuori dei pensieri ingombranti, e che dovevo cercare uno spiraglio per respirare di nuovo. E’ una sorta di invito alla consapevolezza, ad accettare il dolore, ad assaporarlo, per poi “rinascere”, senza rimpianti né false speranze. Il fiore è in un certo senso duplice nella sua simbologia, espressione di morte e di vita, allo stesso tempo''.

“Le nostre vigliacche parole mancanti” annovera il featuring di Pierpaolo Capovilla. Come sei riuscito a coinvolgerlo e cosa gli è piaciuto di questo brano per accettare l’invito? ''Ho conosciuto Pierpaolo durante il Premio Tenco del 2014, ci siamo fatti una bellissima chiacchierata e ci siamo scambiati i contatti. Da quel giorno siamo sempre rimasti “collegati” in qualche modo, e quando ho scritto questo pezzo ho pensato subito a lui, prima di tutto per avere un parere e poi anche per chiedergli se gli sarebbe piaciuto partecipare. Devo dire che non ho dovuto faticare per avere la sua partecipazione, anzi, è stato lui, con grande generositá, a propormi di scrivere un pezzo del testo, di fare una canzone “ a quattro mani” (come si diceva una volta). E così è stato. Per me questo pezzo è oggi motivo di grande orgoglio, davvero, Pierpaolo è un artista straordinario, oltre che uno degli ultimi veri intellettuali del nostro malandato Paese''.

L’album sarà presente sulle piattaforme digitali solo con 3 brani (su 9). Forse, un tentativo di ri-valorizzare gli artisti, spezzando l’odioso cordone gratuito di usufruire musica? ''Senz’altro l’idea nasce proprio da questo, anche se sappiamo benissimo quanto sia rischioso non essere “fruibile” gratuitamente, oggi. Ma insieme a Vrec abbiamo deciso di mandare un messaggio chiaro: la musica è un lavoro, un album è un’opera (bella o brutta che sia), dietro c’è tanto lavoro, non solo mio ma anche e soprattutto di tante persone che viaggiano con me, ormai da tempo. E dunque crediamo che i dischi si debbano comprare, proprio come si faceva una volta''.

L’anno prossimo sancirà i tuoi 10 anni di carriera solista, tra vari album e l’e.p. “L’amore occidentale”, dedicato al tema del pacifismo e dell’anarchia. Che bilancio fai di questa prima decade d’attività? ''Eh sì, sono passati dieci anni ormai, e sembra incredibile. Non amo molto fare bilanci, preferisco guardare sempre avanti; ma posso dire di essere contento di essere ancora qui, in fondo. Ci sono cose del passato che oggi non scriverei nemmeno sotto tortura, mi faccio anche un po' di tenerezza se guardo chi ero dieci anni fa, con le mie ingenuità, con le mie incertezze... ma credo che tutto sia servito per avanzare, perché senza memoria, come si dice, non c’è futuro''.

C’è già il progetto per portare “Cuore nero” in tour (varianti pandemiche permettendo)? ''Proprio in questi giorni stiamo chiudendo le prime date, non è certo un momento facile, ma stiamo facendo di tutto per percorrere piú chilometri possibili, e suonare ovunque ci sia posto. Presto vi faremo sapere, rimanete con noi :)''.

Augurando ottime prospettive, salutiamo Olden ringraziandolo per la sua disponibilità. (Max Casali)