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19/10/2021   MICO ARGIRO'
  ''Credo che la Coerenza vada venerata come una Dea...''

Mico Argirò è un cantautore e compositore di musiche per il teatro, cilentano di origini calabresi, di base a Milano. Dal 2009 al 2013 pubblica le prime raccolte e singoli (''Tra le Rose e il Cielo'', ''Canzoni'', ''Felicita'', ''Una canzone crepuscolare'' e ''Risveglio'') iniziando un’intensa attività live. A settembre 2021 esce con ''Lambrooklyn'', un'energica canzone d'amore e di assenza.

Benvenuto. E’ da oltre un decennio che sei in attività. A grandi linee cosa è successo in questi due lustri? ''Di tutto, mamma mia. Ho cambiato città, stile, fidanzate, treni, strumenti, sono cambiato io, ma seppure cambiato mantengo sempre la stessa passione per la musica di dieci anni fa, gli stessi ideali, gli stessi sogni. Credo che la Coerenza vada venerata come una Dea''.

Il 2016 sancisce il tuo battesimo su album (“Vorrei che morissi d’arte”) che ti ha permesso di sviluppare un tour per un biennio. Ci racconti l’aneddoto e l’emozione più grande di questa lunga esperienza? ''“Vorrei che morissi d’arte”, primo esperimento di album serio, registrato con i giusti crismi, si aprì con “Il polacco” che, nell’anteprima su FanPage, fece 120mila visualizzazioni: le cose iniziavano a farsi serie e partii insieme a un gruppo di musicisti folli a suonare in giro per l’Italia. Ho un ricordo di quei giorni veramente bello, spensierato (nonostante non fosse un periodo spensierato). Un aneddoto divertente fu quando suonammo a Cava De’ Tirreni, in un locale, e dalle finestre vedevo della gente dimenarsi fuori dal locale, nel vicolo. Solo dopo un po’ compresi che stavamo facendo ballare un’intera strada fuori dal locale: pazzesco. L’emozione più grande venne però quando ripresi a suonare dopo uno stop dovuto alla morte di mio padre, fu insieme un’emozione bella e brutta: quel tour lo iniziai col mio primo fan e lo chiusi senza. Mannaggia l’universo''.

Nel 2020 fai uscire “Hijab”: che progetto era visto che rotavano intorno ad esso personaggi come Pietra Montecorvino, Eugenio Bennato, Alexo Vitruviano e Alvaro Vitali? ''Già dai nomi si capisce che era un pezzo folle, che produssi insieme a questa stranissima squadra. “Hijab” racconta di una notte di sesso con una ragazza araba, con addosso il velo, e fece molto rumore in quei giorni tanto da raccogliere da una parte ottimi apprezzamenti e dall’altra minacce di morte, definizioni alterne di comunismo, fascismo, razzismo, sessismo. Era però una canzone d’amore e di libertà, irriverente fino al midollo, come tutte le mie ultime cose, una canzone libera. Oggi è difficile parlare di libertà. Però è una canzone che mi sono molto divertito a produrre, a duettare con Pietra e avere la benedizione di Eugenio, ad avere il cameo di un grandissimo del nostro cinema come Alvaro. Devo tanto a questa canzone''.

Inoltre, sappiamo che hai partecipato al M.I.T. (Music Industry Talks). Di cosa si tratta esattamente? ''Un’esperienza magica della quale ancora ringrazio in più lingue l’Istituto Italiano di Cultura di Dakar, 0371 Music Press e l’associazione Bayaal. Si trattava di uno scambio culturale e musicale tra musicisti italiani e senegalesi e ne sono uscito molto arricchito, prima di tutto per la compagnia eccelsa (gli I-Science, Eugenio Bennato, Enzo Avitabile, Leti Dafne…) e poi per la tanta umanità messa in campo''.

E’ appena uscito il nuovo singolo “Lambrooklyn”, brano che ingloba parecchie sfumature subliminali. Quali sono le più importanti che ci tieni a sottolineare? ''Sicuramente è un brano stratificato, con più livelli di significato, ma il principale credo sia il più importante: i miei sentimenti nei momenti di costringimento e di divieto di uscire dopo le dieci di sera, divieto che puntualmente infrangevo per uscire a camminare tra Lambrate e Loreto. In quei giorni desideravo David Bowie nella mia stanza, un’esplosione rosa o soltanto ritornare al mio pianeta''.

Di certo, il video offre squarci di una Milano insolita, poco battuta nei clichè tradizionali, e direi che il regista Daniele Russo ha colto in pieno il tuo humus intenzionale, no? ''È facile ritrarre la Milano del Duomo o dei Navigli, ma è una cartolina, è la maschera bella che non corrisponde alla faccia. Milano è una città che mi piace tantissimo e che rappresenta la mia quotidianità, le vie battute millemila volte dalle persone normali, però in quei giorni delle zone rosse era un paesaggio lunare, nel quale io astronauta mi stupivo del perché non ci fossero altri astronauti in giro, perché trovassero comode quelle tombe che chiamavano divano o Netflix. Daniele Russo è stato bravissimo a tradurre in immagini quei sentimenti, quell’idea di un pazzo che balla con sé stesso, libero, in una città fantasma''.

Quali obiettivi ti poni con le canzoni: emozionare, divertire, riflettere o impiegarle come potente veicolo di autoanalisi? ''Io racconto storie, che spero emozionino, divertano, facciano riflettere, diano una versione del reale e, soprattutto, diventino catarsi e poi spada. Come diceva il maestro Paniccia “l’arte è una cosa seria”''.

Cosa fomenta la tua brace compositiva: altri singoli o il secondo album? Che date live ci sono nell’immediato? ''Ho benzina nella macchina e ho un pacchetto di cerini. Sto portando in giro un live elettronico che mi soddisfa e mi diverte tanto, che fa ballare ed è un rituale. Nel frattempo sono pronte delle canzoni che saranno presto un disco irriverente che vuole vedere la luce da troppo tempo''.

Augurando ottime prospettive, salutiamo Mico Argirò. ''E io vi auguro energia buona e spada''.