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01/02/2022   MATTEO FERRARI
  ''Cantare è la naturale prosecuzione del parlato, quando le parole non sono più sufficienti...''

Ciao Matteo. Parlaci un po’ di te, delle tue origini, dei tuoi inizi. Quando hai capito di voler diventare un artista? ''Ho iniziato frequentando la scuola musicale del mio paese, Borgo Valsugana, in Trentino. Nel 2011 mi sono diplomato alla Bernstein School of Musical Theater di Bologna. Non ho mai pensato di voler diventare un artista, in realtà. Piuttosto, grazie ai miei maestri, negli anni ho scoperto di avere del talento e ho imparato un metodo di studio che continuo ad applicare e a insegnare ai miei allievi''.

Non solo cantante: inizi come attore e doppiatore. Mille sfaccettature che vivono in un’unica anima. La tua. Come ci riesci? ''Per me è molto importante la parola, sia essa cantata o recitata. Cantare mi sembra la naturale prosecuzione del parlato, quando le parole non sono più sufficienti. Questa visione a 360° riflette la mia provenienza artistica, ovvero il musical theatre''.

Noi di Music Map siamo ovviamente molto interessati al tuo nuovo disco ''Maramao'', che potremmo definire quasi un concept. Ce ne parli? ''In effetti, può sembrare un concept album. In realtà si tratta di un album tratto da un concerto, ''Maramao, canzoni tra le guerre'', con il quale ho debuttato a gennaio 2020. Volevo omaggiare i musicisti che nonostante le difficoltà hanno portato avanti la loro arte. Un tema molto attuale, basti pensare a quanti cantanti, scrittori, compositori - solo per citarne alcuni - hanno continuato a cantare, scrivere e comporre durante la pandemia''.

In che modo hai scelto i quattordici brani da interpretare? ''Ho analizzato attentamente ogni singola replica del concerto dal quale è tratto l'album: le reazioni del pubblico, le risate, i silenzi, le lacrime... Durante i concerti ho sperimentato varie soluzioni musicali e attoriali, accorciando di qua e allungando di là... D'altrocanto, questo è il bello del replicare un concerto: ogni volta c'è qualche adattamento da fare e la performance dipende dal dialogo che si ha con il pubblico, che ogni sera è diverso''.

Hai volutamente mantenuto le canzoni il più possibile vicine alle versioni originali. Una scelta vintage, contando che il vintage da alcuni anni rivive nelle mode dei giorni nostri... ''Diciamo che, sempre per la mia provenienze artistica, sono abituato ad andare all'origine delle cose. Questo mi permette di capire come sono state concepite dagli autori. Poi, e qui arriva il bello ed anche il difficile della creazione, è fondamentale l'interpretazione personale. Non trattandosi di brani scritti per il teatro, non ho potuto vestire i panni di un personaggio. Una novità e una sfida, perché diventare qualcun'altro a teatro può essere un sorta di "coperta di Linus" perché può essere molto comodo e può proteggerti. Qui, invece, devi mettere in gioco la tua storia, le tue gioie ed, anche, i tuoi dolori... e farli fiorire''.

Cosa ti lega al “passato”? ''Penso sempre o al passato o al futuro, quasi mai al presente... fin da bambino mi comporto così. Vivo spesso con la nostalgia di qualcosa che non c'è più, oppure nell'ansia che qualcosa accada nel tempo. Non è un caso che i temi ricorrenti nel mio album d'esordio siano simili. Si parla, infatti, della paura dell'oblio, della nostalgia dei tempi passati e della ricerca della felicità...''.

E nel tuo futuro cosa ci sarà? Forse un disco di inediti? ''Non credo proprio, non sono un cantautore (le uniche "cose" che ho provato a scrivere risalgono al liceo e sono inascoltabili!). Staremo a vedere cosa succederà!''.