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11/03/2022   MARCO ONGARO
  ''Ogni album nuovo rivaluta i precedenti come tappe indispensabili...''

Ciao Marco. Con “Solitari” sono 11 gli album pubblicati con un fitto vissuto di risvolti artistici. Che bilancio fai in 35 anni di carriera? ''Bilancio o bilancia dei pagamenti? Trovo che la continuità premi più della frammentarietà. Se mi volto a guardare indietro, come in ''A ritroso'', la prima e l’ultima canzone del disco, vedo che la circolarità del tempo non è che una conferma della sua essenza immutabile. Ogni album nuovo rivaluta i precedenti come tappe indispensabili. A guardarsi indietro, pare quasi che ci sia stato un disegno premeditato, anche se non è del tutto vero. O almeno non si sapeva di premeditarlo. Dunque l’undicesimo album è la sommatoria dei precedenti e il trampolino per il prossimo. Sono arrivato: ma dove?''.

Autore, cantante, musicista, librettista d’opera, adattatore letterario di poesie. Come sei riuscito a incarnare questa miriade di ruoli e in quale/i senti di esprimere maggiormente la tua quintessenza artistica? ''La mia propensione naturale è per la parola in ogni sua forma. Difficile dunque prediligere qualcuna delle espressioni artistiche succitate. La quintessenza è la parola, ma la parola ha una sua musicalità, quando la inserisco nella musica, mia o di altri, acquista una vorticosa ridondanza che espatria dal suo ambito per scoprire differenti sfere d’influenza. Amo svelare a me stesso come le mie parole, originate o tradotte, siano motivo di arte musicale o teatrale, o di teatro musicale come nell’opera lirica, confondendomi e mescolandomi ad altri talenti per trascendere i confini della mia pur esuberante vitalità creativa. La prima cosa che ho fatto nella vita, a livello consapevole, è stato scrivere canzoni. Ora scrivo anche saggi su chi scrive canzoni, come Serge Gainsbourg, dire cosa sia più appagante per me è difficile, non credo nelle graduatorie. Ritengo che la diversificazione sia il vero segreto dell’appagamento di un artista. Viva la libertà dell’eclettismo''.

Con l’album d’esordio “Al” del 1987 e poi con “Canzoni per adulti” del 2011, vinci rispettivamente la Targa Tenco per la migliore opera prima, il Premio Lunezia per la Canzone D’autore ed il premio Giorgio Lo Cascio. Ti sei mai chiesto cosa avevano in più questi due dischi rispetto agli altri per ottenere tali riconoscimenti? ''Circostanze e concomitanze, le cose giuste fatte nel momento giusto. ''AI'' è uscito in un momento in cui la canzone d’autore stagnava e c’era bisogno di incentivi, la Targa Tenco incoraggiava me e allo stesso tempo gli altri che come me volevano sopravvivere al riflusso discografico che aveva investito i cantautori dopo gli anni Settanta. Nel 1990, mentre usciva il mio album ''Sono bello dentro'', incidevo una raccolta intitolata ''Archivio Postumia'', destinata a essere scientemente pubblicata cinque anni più tardi e stampata poi invece ben quindici anni dopo. Album amatissimo, talmente avveniristico nella sua classicità da suscitare nei critici evocazioni di artisti venuti un decennio più tardi della sua incisione, una volta pubblicato nel 2005 ha scosso alcune anime senza avere la forza di richiamare su di sé alcun premio. Allora, cinque anni più tardi, dopo aver inciso un album interamente dixie con la Storyville Jazz Band, ''Anni ruggenti'', ho ripreso la stessa formazione, le stesse sonorità e lo stesso swing di ''Archivio Postumia'' e con l’aiuto della produttrice Stefania Tramarin li ho riversati in ''Canzoni per adulti'', che ha vinto i premi citati sopra ed è finito secondo nella cinquina del Premio Tenco del 2011. Sembra una casualità? Niente nasce da solo, tutto è la conseguenza di ciò che l’ha preceduto''.

Invece, c'è un album (o più) che, a tuo avviso, non sia stato capito e valorizzato a dovere come immaginavi? ''Nell’economia della mia precedente risposta, niente è stato inutile, tutto è stato un gradino per il gradino successivo. ''Archivio Postumia'' era votato per suo nome e destino a una trascuratezza in vita che si esprime ancora nell’assenza di ristampe causa la morte dell’illuminato produttore Renato Venturiero. Il che grava questo leggendario album di una leggendarietà ulteriore: uscito con quindici anni di ritardo sulla sua incisione, non si è avvantaggiato di alcuna ristampa una volta vendute le prime e uniche mille copie. È il disco da collezione per eccellenza. Ma dire che immaginavo avrebbe avuto un riscontro migliore sarebbe mentire. Non avevo alcuna fiducia nella risposta del pubblico, perfino degli addetti ai lavori, su questo album. Non per niente abbiamo, insieme al produttore, giocato questa assurda roulette in merito al tempo di pubblicazione''.

In “Solitari” hai optato per l’identità distinta da attribuire a ogni brano, invece di abbracciare l’idea del concept-album. Te lo eri imposto o tutto nasce da spontaneo processo creativo? ''A dire il vero mi è stato imposto dal produttore Gandalf Boschini. Mi ha proprio chiesto di assecondarlo nel non seguire vie precedenti, e il concept album l’avevo ben sperimentato in passato. Mi ha intimato di abbandonare temi abituali e di non cercare di collegare le canzoni tra sé. Il fatto di scriverle però in un periodo relativamente ristretto ha finito per tematizzarne alcune insieme ad altre, non arrivando al concept album ma sfiorandone le possibilità. ''A ritroso'' che apre l’album con ''A ritroso (ripresa)'' che lo chiude, ''L’atteso'' che gioca a rimpiattino con ''Ricominciando'', esattamente nel centro, in cui la fine e l’inizio si confondono in una spirale biunivoca, ''Atene'' e ''Delfi'' che gareggiano per ineffabilità mitologica, perfino le due traduzioni che si rincorrono nella variabilità del senso per culminare in ''Solitari'' che di questo senso fa un fascio isolando le canzoni e gli artisti nel dominio brillante della rarità. Dire che tutto non sia collegato è obbligatorio, o Gandalf Boschini si sentirebbe gabbato''.

All’interno non mancano pezzi che hai tradotto. Pensi ancora che il tradurre sia, inevitabilmente, anche un po’ tradire? Forse per l’esigenza di restituire al meglio il senso cardine di un testo? ''Non c’è dubbio che questa sia la verità in fatto di traduzione e adattamento. L’adattamento in sé richiede che si pieghi la letteralità delle parole per raggiungere un’impossibile ma avvicinabile perfezione nella restituzione del senso originario. ''Homburg'' era miseramente servita dalla versione dei Camaleonti. Il testo così meravigliosamente decadente di un poeta vero come Keith Reid denuncia l’instabilità psicologica di chi sta perdendo tutto per l’incapacità di adattarsi a un mondo insensato in cui un amore malandato offre l’ultimo spunto a reazioni a catena distruttive. ''La chanson de Prévert'' rinnova l’idea dell’amore togliendolo dalle secche di una nostalgia sterile. Entrambe sono canzoni apocalittiche. Più che tradire, tradurre è per me divulgare, condividere in terra nostrana il valore di poeti stranieri''.

A supporto del sound, hai chiamato la prog-band dei Logos: in particolare, cosa gli hai chiesto in più in fase di assemblaggio? E invece, al producer Gandalf Boschini? ''Con i Logos ho instaurato una collaborazione di libero scambio tra testi scritti per il loro prossimo album ed esecuzioni creative, guidate dall’arrangiatore Luca Sammartin, sul mio. Il loro apporto in fatto di sonorità e anche di trasfigurazione è notevole, se consideriamo che ''Homburg'', ad esempio, è una canzone dei Procol Harum, proto prog-rock group, ed è stata parecchio modificata rispetto alla sua versione originale. Le tastiere in tutto l’album hanno una vitalità cui non ero abituato, le chitarre slide sono inserite in modo quasi proditorio e atmosfere celtiche occhieggiano qua e là confondendo parecchio le acque. Di Gandalf Boschini ho già detto: un vero e proprio tiranno. Mi è piaciuto lasciarmi guidare''.

Nei tuoi lavori, l’aspetto testuale riveste (senza dubbio) grande importanza, forse, perché ritieni che l’immensità di una parola è lo strumento riflessivo più consono e pertinente sull’esistenza? Invece, il verso riveste ancora il ruolo di comunicazione frammentaria che tenta di addentrarsi in qualche nicchia inesplorata della realtà? ''Thomas S. Eliot dice che il cattivo poeta è incosciente dove dovrebbe essere cosciente e cosciente dove dovrebbe essere incosciente. Cerco di non essere un cattivo poeta, e mi ritengo senz’altro, dopo molti anni di frequentazione della parola, un poeta nel vero senso del termine, ovvero un creatore a tutto tondo. Il verso è un fallimento della comunicazione che apre possibilità inesplorate, a tale scopo si deve lasciare che la comunicazione fallisca ma non del tutto, per conservare intercapedini di comprensione sfumata tali da permettere l’insorgere di visioni inattese. Si cerca di evocare un barlume di verità, l’irraggiungibile verità, attraverso allusioni e decisioni repentine. Il linguaggio è un universo simbolico che riverbera l’universo conosciuto, che conosciuto non è. Una volta addentrati nel mondo dei simboli, i loro referenti perdono importanza, la parola diventa tutto, e la musica, simbologia astratta per eccellenza, vi si mescola creando un miracolo rinnovato ogni mattina, in una canzone che dura semplicemente tre minuti. Come si fa a smettere di scrivere canzoni?''.

Augurando ottime prospettive, salutiamo Marco Ongaro con l’auspicio che il suo nuovo album possa far intensificare l’interesse per l’ottima scuola cantautorale. (Max Casali)