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NICK CAVE AND THE BAD SEEDS "Live Piazza Napoleone Lucca 17-07 18 (2a recensione)"
   (2018)


NICK CAVE AND THE BAD SEEDS "Live Piazza Napoleone Lucca 17-07 18 (1a recensione)"
   (2018)

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recensioni concerti

THE CURE   "Live Royal Albert Hall Londra 29-03-2014"
   (2014)

Senza neppure un giorno di riposo, i Cure bissano il concerto di ieri, proponendo un secondo evento alla Royal Albert Hall. La forte richiesta di biglietti aveva indotto Robert Smith a fissare una data ulteriore al Teenege Cancer Trust, cogliendo un duplice obiettivo: offrire un altro show ai propri appassionati e dare, nel contempo, un notevole contributo alla lodevole associazione di beneficenza. Un filmato commovente anticipa la band sul palco. È toccante la testimonianza dei ragazzi malati di cancro ed è sentito l’applauso del pubblico e l’augurio per quella battaglia che sicuramente vinceranno. Anche oggi “Plainsong” ha l’onore di aprire le danze. Il pezzo di apertura per eccellenza del gruppo non può mai deludere, rappresentando la dolce introduzione di un’altra sfacchinata di musica e trasporto. E poi? Poi di tutto (beh, non proprio, visto che il leader ci fa mancare da troppo tempo brani tratti da “Bloodflowers”) nel solito ripescaggio di canzoni vecchie e recenti e pezzi tirati fuori un po’ a sorpresa. È il caso, per esempio, di “Harold and Joe” (B side di “Never enough”), visita inattesa, ma la più piacevole della serata. La canzone è fantastica nel cantato basso del leader e nel ritmo leggermente danzante, mentre la bellissima “Stop dead” e “2 late” sono altre due rarità ripescate in questo 2014. Smith sceglie anche alcuni pezzi da “Wild mood swings”, album troppo frettolosamente considerato minore. “Want”, che già su disco era la migliore del lotto, è un portento dark rock che gode di un’energia particolare, mentre l’allegra “Mint car” non fa rimpiangere l’inserimento in scaletta. Non possiamo, invero, storcere un po’ il naso considerando il ruolo di Gabrels, mai completamente amalgamato alle musiche dei Cure. Gli svolazzi gratuiti ed i virtuosismi del chitarrista appesantiscono oltre misura le canzoni che Smith scrisse tanto tempo fa. Su tutte, si può citare “A night like this”, che torna ad essere se stessa solo quando l’assolo dell’ex collaboratore di David Bowie si conclude, per lasciare al leader il compito di riportare la musica nella sua melodia e natura originaria. Una band esperta sa come tenere in piedi un live set senza perdere in coinvolgimento da parte del pubblico. Ecco, allora, che a brani di grande tenore partecipativo, si alternano pezzi decisamente più intimisti e raccolti. È il caso di “Trust”, “Jupiter crash” e soprattutto “If only tonight we could sleep”. Qui si può solo chiudere gli occhi e farsi trascinare dal momento e dalle emozioni, nell’immaginario di una band capace di parlare singolarmente ad ogni più remoto fan, sia esso attaccato alle transenne o lassù, in alto in alto dove la Circle domina la Royal Albert Hall. Rispetto a ieri, la band appare ancor più serena. Non mancano sguardi complici tra Smith e Gallup (in particolare durante “Pictures of you”), ma anche gli altri non si fanno mancare risate e buonumore. Uno dei momenti più apprezzati si ha quando la band esegue, una dietro l’altra, “Shake dog shake” (perla rock decadente di “The top”), “Fascinantion street”, “Bananafishbones”, “Play for today” ed “A forest”. Pur essendo scontata la riproposizione di “A forest”, il pubblico si esalta nel pezzo simbolo del primo periodo della band. Il singolo del 1980 tocca la perfezione, riuscendo a coniugare climi oscuri, rassegnati, ma al contempo ballabili, con una performance che anche oggi non delude. Sempre nel clima del buonumore, osserviamo Smith sbirciare O’Donnell mentre esegue l’intro e, a conclusione dello stesso, sussurrare “Perfect” tra le risate di chi ha colto il momento. “One hundred years”, invece, soffre un po’ della stanchezza di questi due giorni, apparendo leggermente sottotono e meno carica del solito. Dall’album “Pornography” risulta molto più incisiva stasera “A strange day”, complice anche il fatto di essere suonata a concerto appena iniziato, con energie ancora fresche e forze totalmente integre. È ricordato anche l’ultimo lavoro in studio con una troppo rockettara “The hungry ghost”, una “Sleep when I’m dead” (in cui la voce di Smith è particolarmente pulita), ed una geniale “Freakshow”, nella quale Robert si cimenta con un campanaccio, in apertura di pezzo. Dopo l’encore pop, con il definitivo rientro punk il gruppo fa ballare tutta l’arena attraverso il classico “Boys don’t cry”, fa pogare i più scalmanati con “10.15 Saturday night”, e fa arrivare all’esaltazione pura con quel capolavoro di “Killing an arab”. Termina con il singolo del 1978 questa trasferta indimenticabile, caratterizzata da due spettacoli intensi in una location unica. Quasi imbarazzato, esausto, ma palesemente felice, Robert Smith (o ciò che resta di lui dopo circa sette ore di concerto in due giorni!) caracolla verso il microfono per dare ancora un saluto agli (altrettanto stanchi) sostenitori: “See you again!”. Si tira il fiato e i polmoni recuperano aria, quasi a riprendersi da una lunga e faticosa apnea. Una solita occhiata nostalgica a ciò che c’è intorno ed al palco divenuto ormai vuoto, insieme ad un senso di beata stanchezza che ci avvolge piano piano e senza fretta. Si vive solo di emozioni e per le emozioni. Qualcuno ha avuto in dono la capacità di regalarle in modo così chiaro ed intenso. È questo il motivo che ci porta a ritornare a rifare le stesse cose… ancora ed ancora ed ancora ed ancora. (testo e foto: Gianmario Mattacheo)