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THE CURE "Live Hyde Park Londra 07-07-18"
   (2018)


LAURYN HILL "Live Parco della Cittadella Parma 22-06-18"
   (2018)

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recensioni concerti

BOB DYLAN   "Live PalaAlpitour Torino 02-07-2015"
   (2015)

L'inizio dello spettacolo è dato per le ventuno. E' naturale, qui in Italia, pensare di essere in largo anticipo se hai raggiunto il tuo posto sulla tribuna numerata qualche minuto prima. Tanto più che la sala non registra il pienone, anche per effetto di quei settori rimasti vuoti. Non c'è musica in sottofondo, il palco è al buio. Ma un paio di minuti dopo l'orario stabilito, un paio di note di chitarra rompono il silenzio e le luci di scena si accendono. Non un annuncio: "Ladies and gentlemen, from Duluth Minnesota...", non una intro a generare un po' di climax, non un saluto al pubblico. La band è tutta lì e c'è anche Bob in completo bianco, con tanto di panama in testa, senza chitarra, con un piede avanzato, in improbabile posa da rockstar. Inizia con "Things have changed", il brano che gli valse l'oscar nel 2001 con il film "Wonder Boys". Poi una versione un po' violentata di "She belongs to me" da "Bringing It All Back Home" (o "Subterranean Homesick Blues", fate un po' voi), che con "Tangled up in blue", "Simple Twist of Fate" e l'ennesimo arrangiamento di "Blowin' in the Wind" nei bis sono gli unici riferimenti al glorioso passato che l'ha reso un mito. Un mito di cui probabilmente non intende approfittare. Quello è il passato, non è adesso. Adesso ha scritto delle cose nuove e suona quelle. Da "Love and Theft” (2001), "Modern Times" (2006), da "Together through life” (2009), da "Tempest" (2012), e poi due pezzi da "Shadows in the Night", il nuovo album di cover del 2015: "Full Moon And Empty Arms" e la prevertiana "Autumn Leaves", che il pubblico apprezza sentitamente. La band è impeccabile, così come lo è Bob, alla faccia di chi dice che non sa cantare. Alterna la sua voce più classica a quella più "cartavetrata" degli ultimi periodi. L'approccio generale è soft: batteria con le spazzole, due chitarre, a volte elettriche a volte acustiche, contrabbasso, pedal steel guitar e il piano, a cui Zimmerman siede svariate volte. Ci sono i blues, lo swing, il folk, il pop e il modernariato americano. Il palco e sobrio, ma elegante. Non dice una parola per tutto il concerto, tranne quando bofonchia qualcosa per dire che faranno un break che porterà la band via dalla scena per più di venti minuti. Alle ventitré e quindici circa, dopo soli due bis, Dylan se ne va, senza salutare. "Not necessarily stoned but beautiful". (Andrea Fabbris)