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OUGHT "Live Ohibò Milano 11-11-18"
   (2018)


BABA SISSOKO "Live Nadir Padova 08-11-18"
   (2018)

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recensioni concerti

RYAN BINGHAM   "Live Villa Tittoni Desio 06-07-2016"
   (2016)

Fulgido esempio di come anche il country-folk più oltranzista possa talvolta aprirsi alle classifiche mainstream, Ryan Bingham, meravigliosa ugola di carta vetrata da Hobbs, New Mexico, oggi rappresentante tra i più autorevoli ed apprezzati in questo ambito, fa scalo alle porte di Milano in una tappa del breve tour europeo che lo ha portato dalla Scandinavia al Belgio, dall’Olanda alla Germania, per chiudere in Spagna con le date di Segovia e Santander. Accolto da un pubblico sì sparuto – centocinquanta anime circa – ma affezionato e partecipe, nella splendida cornice del parco di Villa Tittoni a Desio, al calare di una serata sufficientemente mite da scongiurare canicola estiva e sciami di zanzare, Ryan si presenta in versione semiacustica, stivali, chitarra a tracolla e immancabile cappello da cowboy, spalleggiato dal violino funambolico del grande veterano Richard Bowden e dall’elettrica ligia e composta di Daniel Sproul. Lasciato definitivamente alle spalle un passato difficile segnato dalla miseria, da sporadici eccessi e da pesanti sventure – ha perso tragicamente entrambi i genitori a poca distanza l’uno dall’altro non più tardi di qualche anno fa -, il trentacinquenne Ryan si presenta gentile, sorridente, loquace e disteso, finalmente pacificato, grazie anche ad una fortunata unione amorosa ed alla recente paternità, che non poco peso ha avuto nel consentirgli di risalire una china psicologicamente impervia. Nonostante la line-up spoglia, il concerto offre due ore di traboccante intensità oscillanti fra ripetuti omaggi alla tradizione e riproposizione di brani vecchi e nuovi del suo repertorio, cinque album in otto anni, l’ultimo dei quali – “Fear and Saturday night” – pubblicato nel 2015 e salutato dalla critica come uno dei suoi migliori lavori tout court. L’apertura è affidata a “The poet”, l’opener di “Junky star”, album che ne consacrò la fama nel 2010 con la produzione di T Bone Burnett e con l’inclusione di quella “The weary kind” premiata addirittura con l’Oscar: l’incedere è soffuso e rallentato, etereo ed esangue, aggrappato al giro di chitarra arpeggiato ed agli inserti dell’armonica di Ryan, che raccoglie il primo scroscio di applausi prima di infilare la tripletta movimentata delle immancabili “Dollar a day”, “Dylan’s hard rain” e “Tell my mother I miss her so”. Si placa nuovamente l’atmosfera che diviene toccante ed intima sulle note rarefatte di “Broken heart tattoos”, con dedica alla figlioletta, seguita da una vibrante riedizione della memorabile “Pancho and Lefty” del nume tutelare Townes Van Zandt, incalzata dal boogie sudista di “Sunrise” e dalla cover infuocata di “Rip this joint” dei Rolling Stones, salutata dall’entusiasmo del pubblico. In un saliscendi emozionale nel quale la tensione mai si allenta, Ryan infila la morbida melodia in minore (rarità nel suo stile) di “Snow falls in june” e la rivisitazione palpitante di “Dublin blues” di Guy Clark prima di tuffarsi nella strabiliante mezzora conclusiva, aperta da una pacata e fedele versione dell’immortale “The weight” della Band e proseguita con un intermezzo mariachi da brividi. Ryan ricorda agli astanti come, ricevuta la sua prima chitarra in regalo dalla madre all’età di sedici anni, imparò a suonarla grazie ad un vicino di casa che gli insegnò un unico pezzo, il tradizionale “La Malaguena”. Stancatosi di suonare sempre la stessa canzone e – soprattutto - di suonarla sempre da solo, iniziò a comporre i suoi primi brani: erano gli albori di una carriera che gli avrebbe riservato soddisfazioni tali da ripagare gli scherzi della malasorte e le angosce dei tempi bui. Il trio esegue “La Malaguena” legandovi in medley una “Boracho station” di tale rarefatta perfezione che varrebbe da sola il prezzo del biglietto, prima di concedere alla platea estasiata la tristezza distillata e dimessa di “The weary kind”, la bordata del classico “Southside of heaven” (con l’accelerazione finale lasciata al violino a briglia sciolta di Bowden) ed una rispettosa “Don’t think twice it’s alright” di Dylan come atto conclusivo. Richiamato per i bis di rito dal pubblico che si sposta in massa sotto al palco, il trio si profonde nella cover di “Atlantic city” del Boss (qualcuno è andato al suo concerto ieri sera? C’era un po’ di gente, vero?, scherza il nostro) suonata da Ryan col mandolino, nel blues torrido e torrenziale di “Sunshine” e nel gran finale di una tesissima “Bread and water” che suggella in un tripudio di chitarre e violino un concerto di memorabile intensità. Mentre saluta, Ryan sorride. Felice, sereno, rinato. (Manuel Maverna)