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LES FLEURS DES MALADIVES + LATENTE "Live Honky Tonky Seregno 04-02-18"
   (2018)


DECIBEL "Live Sony Milano 29-01-2018"
   (2018)

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LES FLEURS DES MALADIVES + LATENTE   "Live Honky Tonky Seregno 04-02-18"
   (2018)

Certi colpi di fortuna càpitano di rado nella vita di un fanatico, di qualsiasi tipo esso sia. Stalker, accumulatore compulsivo, serial-killer, feticista, collezionista, presenzialista. Càpita, nel caso specifico, che uno si diletti di musica ed ami scrivere qualche recensione, così per diletto e per inebriarsi un po’. Càpita che – in un anno di ascolti – si imbatta in due band che – tra altri, alcuni dei quali lodevoli – gli regalano svariati motivi di interesse. Anzi, non proprio interesse: passione. Al tizio càpita addirittura di inserire entrambe le band nella classifica dei migliori album del 2017. Tutte e due, dico. Una molto in alto, l’altra a metà, ma è questione di inezie, poco conta. Le ama alla follia. E càpita così, ex abrupto, che mentre aspetta di riprendere sua figlia dopo le prove del coro parrocchiale un sabato pomeriggio, seduto su un muretto vicino alla scuola, legga su un noto social network che le due band – LE DUE BAND – suoneranno insieme nello stesso locale la sera successiva. Il tizio chiama un vecchio amico e compagno di mille concerti: in pratica lo convoca come per una partita di Champions. Il concerto è domenica sera: odioso, lunedì alle sette la sveglia suona. Fa niente. Si va. E’ a mezzora da casa il locale dove sta per succedere. E’ un bellissimo localino, Bob: non c’è neanche nebbia, lì nella Brianza velenosa. Il posto si chiama Honky Tonky, sta a Seregno. L’occasione è pure benefica, organizzata dalla Onlus Costruttori Di Ponti a sostegno dell’associazione Il Cammino Di Loris. C’è ancora poca gente nel locale. Il cantante dei Fiorellastri e il bassista dei Latente sono opposti in una partita di calciobalilla, a tre metri dalla mia Guinness. Poco dopo le dieci i Latente – Francesco Panetta, Matteo Lullo, Marco Cagliani, Alessandro Villa - salgono sul palco. Un muro sonico di trentacinque minuti, musica triste in minore, shoegaze-meets-emocore, quattro ombre scosse da un drumming incessante tra grida, frenesia intimista ed un passo straziato che non concede requie. Sfilano brani dal recente, splendido “Monte Meru”, invocazione a chissà quali e quanti demoni personali, un’incessante sassata che vive sugli intrecci delle due chitarre e su un ingorgo singhiozzante che mi ricorda tempi andati. Tutto è sovraesposto, chiassoso, assordante, veloce: una languida malinconia sparata via in una bolla di elettricità a suo modo commovente, roba che non smetterei mai di ascoltare, da “Accontentarsi è Diventato Facile” a “La Mia Stanza Buia”, da “Fumare” (che è una canzone per-fet-ta) a “Nervi”, fino alla chiusa veemente di “Everest”, ficcata a forza nel collasso di una coda strumentale. Meravigliosi, quasi intimi, a modo loro. Dieci minuti e vanno in scena Les Fleurs Des Maladives, gente che quarantott’ore prima ha riempito il Bloom. Io li definisco gli Afterhours di ieri: è un complimento, e pure grosso. Ironia acida e incattivita sul filo della provocazione, dello sfottò, del risentimento beffardo. Tengono il palco come vecchie mignotte di quello stesso show-biz che bacchettano incessantemente. Sull’attacco de “La Grande truffa Dell’Indie-Rock” Ugo Canitano rompe la terza corda del suo basso. Interruzione. Davide Noseda – voce, chitarra, mente, ecc. - commenta: “E’ più facile che l’universo imploda piuttosto che si rompa una corda del basso”. Matteo dei Latente gli presta il suo Fender Precision. Si ricomincia. E’ un assalto a testa bassa, con presenza scenica da star e bordate assortite che pescano pure dal primo album (“Medioevo”, “Amoxicillina”). Me li godo in prima fila, non mi sembra vero. Loro suonano come fossero a Glastonbury, fino all’epilogo di “Abbandono d’Oriente” (“la facevamo come brano di chiusura nel tour del primo album, ma è ancora un cazzo di pezzo”, ed hai ragione Davide). Dietro le pelli, Alberto Maccarrone sembra liquefarsi in una sacca di veemenza assassina. Fine. Sigla, sipario. Musica feroce in una qualsiasi domenica sera, granitica dimostrazione di orgoglio, professionalità, etica. Nello stesso momento, many miles away o forse ad un paio di chilometri, magari qualche guitto sarà andato sold-out. “La gente è strana”, è l’ultima cosa che mi dice Davide. Càpita. (Manuel Maverna)