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PATRIZIA LAQUIDARA "Live Cineteatro Astrolabio Villasanta 18-05-18"
   (2018)


CADORI "Live Arci L'Impegno Milano 27-04-18"
   (2018)

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BOB DYLAN   "Live Arena di Verona 27-04-18"
   (2018)

Venerdì 27 aprile 2018. Il meraviglioso scenario dell’Arena di Verona aumenta la magia che già gravita intorno all’ultimo show del tour europeo primaverile 2018 di Bob Dylan, il Bardo di Duluth, alla nona data italiana nel mese di aprile. È la quarta volta di Bob all’Arena di Verona: in questo stupendo pezzo di storia suonò i suoi primi due concerti italiani nel 1984, e vi ritornò poi nel 1987 in occasione del tour insieme a Tom Petty & the Heartbreakers. La scaletta di queste ultime tre date (Genova, Jesolo e, appunto, Verona) presenta quasi il medesimo set visto nelle precedenti date italiane di inizio aprile, un set che si è fissato dopo alcuni cambiamenti avvenuti nei primi show del tour (Lisbona, Salamanca, Madrid e Barcellona, dove erano stati inseriti e poi tolti alcuni brani diversi da questi); l’unica differenza rispetto alle altre sei date italiane è rappresentata dalla sostituzione della sinatriana “Once Upon a Time”, nono brano del set, con “Come Rain or Come Shine”, a mio parere migliore della prima, una sostituzione avvenuta a Salisburgo il 13 aprile e da allora adottata per tutti i concerti successivi. Quest’anno ho già visto i primi due show romani, il concerto di Mantova e quello di Milano. Con questo spettacolo veronese arrivo a 11 in totale, dal 2006 a oggi, e definirmi fanatico è forse poco. Dopo il concerto, inoltre, mi aspetta anche una emozionante cena con una trentina di dylaniani accaniti conosciuti negli anni su community dedicate a Bob o sui social network, per celebrare l’ultima data di questa tournée europea.

Alle 21 in punto il chitarrista Stu, come avviene ormai da anni, inizia le danze con una intro strumentale che, dallo show della sera prima a Jesolo, è differente rispetto a quella che di solito esegue: si tratta, infatti, di “Nelly Was a Lady” di Stephen Foster. Pochi secondi dopo, nel buio del palco, con la meravigliosa luna che si staglia dietro e illumina i 12mila presenti, entra il resto della band. Bob non suona più la chitarra e l’armonica (almeno per ora, ma mai dire mai per il futuro: ha suonato tre volte la chitarra e solo una volta l’armonica nel 2017) e sta seduto o in piedi (à la Jerry Lee Lewis, uno dei suoi - tanti - modelli) al pianoforte; si posiziona al centro del palco per i tre numeri sinatriani, dove danza romanticamente con l’asta del microfono, e per “Long and Wasted Years”, l’ultimo, splendido brano prima degli encores. Al lato del palco, su una cassa, ormai da anni campeggiano l’Oscar, vinto nel 2001 col brano con cui apre ogni concerto dal 2013, “Things Have Changed”, e un busto presumibilmente scolpito da Antonio Garella (fino a qualche anno fa erano presenti il busto di Pallade Atena e quello di Beethoven; il busto attuale, invece, sembra raffigurare un’altra donna, e credo si tratti della personificazione della Poesia). Si parte, come sempre, con “Things Have Changed”: la voce di Bob è potente nonostante questo sia il ventiseiesimo (e ultimo) show di questa tranche di Never Ending Tour 2018, ventisei spettacoli in poco più di un mese. La stanchezza non può non esserci, ma non è percettibile: sarà anche che, in una cornice così sublime, Bob decide di tirar fuori tutte le energie che ha dentro. Il pubblico è caldo: canta, applaude e incita l’artista, che si lascia spesso a grandi sorrisi divertiti (sono in terza fila proprio davanti al suo pianoforte, posizione tattica che mi permette di vederlo bene per tutto lo show). Seguono una dolcissima “Don’t Think Twice, It’s All Right” e una feroce “Highway 61 Revisited”. Poi arriva il solito colpo al cuore che è “Simple Twist of Fate”, graffiante e triste, con la recente modifica di qualche verso nella seconda strofa: «[…] and stopped into a strange hotel / with a neon blinking shine / she said ‘put your hand into mine, / ain’t no need to hesitate, / it was all about a simple twist of fate’». Segue “Duquesne Whistle”, un treno impazzito che fa quasi ballare il pubblico di Verona: Dylan si scatena al piano con arpeggi jazz e ragtime velocissimi e intriganti. Il primo brano sinatriano è “Melancholy Mood”: Bob lo esegue, come al solito, al centro del palco, tenendo l’asta inclinata e interpretandolo molto bene, così come avverrà, tre canzoni dopo, per “Come Rain or Come Shine”, gemma assoluta. In mezzo ci sono una devastante e rapidissima “Honest with Me” e una cinica “Tryin’ to Get to Heaven”.

Dopo “Come Rain” arriva “Pay in Blood”, con un nuovo arrangiamento nato intorno alla data del 19 aprile, molto diverso da quello degli show precedenti, e, in parte, ancora in fase di rodaggio. Nonostante ciò il brano risplende come poche altre volte aveva fatto in questo tour. La successiva “Tangled Up in Blue” mantiene il suo arrangiamento recente, a metà tra jazz e swing, che al sottoscritto piace molto ma che non convince tutti gli amici dylaniani. Nonostante ciò il brano è poesia pura e in qualsiasi veste convince ed emoziona. Questo arrangiamento strambo è per me una delle rivisitazioni più originali e interessanti di un brano storico di Bob in questo 2018. Si continua con la bomba a orologeria che è “Early Roman Kings”, spietato blues uscito da un’epoca lontana, e con la bellissima “Desolation Row”, altro classico rivisitato in una veste a dir poco meravigliosa. Segue uno dei brani più belli e convincenti dal vivo degli ultimi anni, “Love Sick”, tratta da Time Out of Mind del 1997. Bob la canta con una voce roca e cattiva, con decisione e rabbia. “Autumn Leaves” vede Dylan ancora al centro del palco per un’altra ottima interpretazione crooner. “Thunder on the Mountain” è un blues acido e allegrissimo, con un assolo di batteria nel finale e un Dylan perfetto al pianoforte. La band segue ciecamente il Bardo, non sbagliando una sola virgola. “Soon After Midnight” è una ballata sempre piacevole e poetica, dove Bob tocca con leggerezza i tasti del piano, e la tonalità Do# la rende ancora più eterea e rarefatta. “Long and Wasted Years” è invece esplosiva e aggressiva, con Bob al centro del palco che scandisce con chiarezza ogni singola sillaba, quasi una poesia recitata, un testo ricchissimo senza pietà e senza ipocrisie. L’encore è la classica accoppiata “Blowin’ in the Wind”, con il pianoforte dolcissimo di Bob che dialoga con un violino che trasuda speranza e innocenza, e “Ballad of a Thin Man”, potente e leggiadra, chiusura degna di uno show indimenticabile. Bob e la sua band salutano al centro del palco, con qualche inchino e qualche cenno con la mano agli spettatori. Il tour primaverile 2018 di Bobby termina qui, e l’Italia è stata uno dei teatri più affascinanti di questa avventura. (Samuele Conficoni)