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PEPPE SERVILLO & MARIO INCUDINE "Live Teatro Cilea Reggio Calabria 30-11-18"
   (2018)


OUGHT "Live Ohibò Milano 11-11-18"
   (2018)

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OUGHT   "Live Ohibò Milano 11-11-18"
   (2018)

(Grazie a Dave Belotti per la scaletta del concerto)

Alle dieci e mezza della fredda serata novembrina di Milan-Juventus, grigia domenica resa ancora più umida da una sgradita pioggerella intermittente che certo non invoglia ad uscire di casa, salgono sul palco dell’Ohibò, venue meneghina molto ben in vista negli ultimi tempi, gli Ought da Montreal, quartetto art-rock in buona luce fin dagli esordi su ep nel 2012 e da quel magistrale debutto lungo che fu “More than any other day”, datato 2014.
Nell’occasione si presentano in Europa tra Turchia, Italia, UK, Germania e Olanda per proporre i brani di “Room Inside The World”, pubblicato lo scorso febbraio e terzo album in una carriera che ne vede il costante plauso della critica ed un crescente seguito di pubblico. Pur mantenendo intatta l’attitudine – già esaltata e ben evidente nei due precedenti lavori - ad una scrittura intricata e non lineare, “Room Inside The World” segna comunque uno smussamento delle molte spigolosità del recente passato, un tentativo di iniettare maggiore fruibilità in questa musica colta che richiede pazienza e dedizione per essere compresa, accettata, assimilata come merita.
Il loro è un invito ad esplorare territori difficili da circoscrivere, forma d’arte piuttosto avant sebbene non estrema, figlia della wave intellettuale dei Talking Heads come delle trame fratturate e spezzate dei Gang Of Four o del post-rock cerebrale dei Disappears; l’effetto complessivo è straniante, stralunato, vagamente allucinato, proprio come le fattezze del gran capo Tim Darcy, voce penetrante e Fender a tracolla, magro, alto, allampanato, grandi occhi tondi su zigomi sporgenti ed una mascella squadrata.
Il locale è pieno, e fa piacere. Attaccano – ordinati, composti, essenziali - una scaletta che sarà pressochè invariata e senza sorprese rispetto a quella proposta nell’arco di tutto il tour di supporto a “Room Inside The World”: apre l’accoppiata “Into the sea”/“Disgraced in America”, con il drumming di Tim Keen che è uno spettacolo nello spettacolo, proprio come nella successiva “These 3 things” è il basso di Ben Stidworthy a disegnare linee irraggiungibili.
Canzoni chirurgiche in cui nulla è lasciato al caso, all’improvvisazione, all’errore scenico fortuito, lievitano su minuscoli movimenti; costruite senza un centro, raggiungono il climax rinunciando spesso ad un ritornello, insistendo su accelerazioni aggrappate ad episodiche bizzarrie, affidando il pathos alla vocalità stentorea e prepotente di Darcy, sovrano assoluto di una emblematica “Desire” che tesse una timida melodia e si spegne nel rallentamento della coda.
La furia nevrotica della devastante “Men for miles”, prima concessione a “Sun coming down” del 2015, funge da preludio ad una “Habit” che collassa nelle urla parossistiche e disperate del finale congestionato; ritmiche serrate sono la spina dorsale di una musicalità asciutta che tende alla stasi armonica, giocando con dissonanze sparse su un tappeto di trucchi impercettibili. Il canto, talora prossimo al parlato – splendido l’ingorgo asfissiante della successiva “Beautiful Blue Sky” in un registro slintiano -, asseconda costruzioni concettualmente complesse e – tutto sommato – poco godibili, eppure ammalianti nella loro algida veste compunta. “Facciamo ancora un paio di canzoni”: arrivano una “Passionate turn” giocata sulle dinamiche – partenza sorniona e progressiva accelerazione – ed una “Disaffectation” veloce e monocorde che chiude il set con qualcosa di Robert Smith nelle corde vocali di Tim.
Salutano, escono di scena, si ripresentano per i bis qualche minuto più tardi. “VI sta piacendo lo show? Qualcuno ci ha già visto in giro per il mondo?”, sono tra le poche parole rivolte al pubblico. ”The weather song” è una sassata che richiama, ricorda e riecheggia l’asciutta ruvidezza di Lou Reed, premessa alla conclusiva “Today, more than any other day”, altra bastonata che suggella in una saturazione stordente e tesissima un’ora di soffocante intensità. Avvolge l’ultima eco rimasta nell’aria un fascino misterioso, quasi inspiegabile per una musica così criptica ed agonizzante. Perfetta per una grigia domenica di novembre. (Manuel Maverna)