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CARMEN CONSOLI "Live Teatro Politeama Catanzaro 05-10-19"
   (2019)


LUCA CARBONI "Live Teatro Politeama Catanzaro 28-09-19"
   (2019)

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recensioni concerti

BOB DYLAN + NEIL YOUNG   "Live Hyde Park Londra 12-07-19"
   (2019)

Non hanno regalato agli spettatori un duetto, cosa che è invece accaduta due sere dopo, il 14 luglio, a Kilkenny, Irlanda, nel secondo e ultimo festival cui Bob Dylan e Neil Young hanno partecipato insieme quest’estate in Europa. In Irlanda, a metà del set di Bob, Neil si è presentato sul palco con la sua chitarra acustica e ha cantato insieme a Dylan – che è rimasto rigorosamente al pianoforte – “Will the Circle Be Unbroken?”, un brano folk tradizionale che i due avevano già eseguito insieme il 23 marzo 1975 a San Francisco durante un concerto di beneficenza. Dylan non eseguiva il brano dal concerto di Houston dell’8 maggio 1976 e i due non suonavano insieme dal concerto di Bob Dylan alla Roseland Ballroom di New York del 20 ottobre 1994, quando sul palco, per gli ultimi due brani, oltre a loro due c’era anche Bruce Springsteen. Anche se a Londra i due non hanno cantato nulla insieme, ciascuno, affiancato dalla propria band, ha infiammato un Hyde Park strapieno sin dal pomeriggio, quando a salire sul palco erano state prima Cat Power, devastante e poetica, e poi Laura Marling, affiatata e appassionante.

Neil Young e i Promise of Real – al loro interno c’è uno dei figli di Willie Nelson e la band, dal sapore alt-folk-country contemporaneo, ha registrato diversi album in studio con Neil – salgono sul palco poco dopo le 18. È un venerdì di metà luglio in cui Londra è ancora più caotica del solito: decine di migliaia di persone si sono riversate nella zona sud-est di Hyde Park, quella che ospita l’evento, dove troneggia il mitico Great Oak Stage. Le 18 sono passate da pochi minuti e Neil e i Promise of Real salgono sul palco. Neil sfodera sin dall’inizio un atteggiamento punk disinibito e spontaneo, mostrandosi profondamente combattivo e tagliente: “Mansion on the Hill” e “Over and Over” portano un’elettricità straordinaria che infiamma il pubblico e lo trascina in un’ipnosi collettiva, nessuno è distratto e un’atmosfera di religiosa devozione avvolge la venue. La gemma della prima parte dello show è “Everybody Knows This Is Nowhere”, ascoltata in silenzio adorante dagli spettatori e interpretata con una convinzione maestosa. La chitarra di Neil è on fire; i musicisti intorno a lui lo seguono ciecamente fidandosi di ogni sua singola deriva, che mai è casuale o retorica. Anche “Alabama” è splendida e travolgente, con gli spettatori in evidente visibilio nell’ascoltare così tanti classici della canzone d’autore americana.

Il coro di Hyde Park si alza in un boato con “Words”, che incanta proprio tutti, dal sessantenne al ragazzino, e sposta la dimensione dell’evento verso quella di un rito collettivo. Durante la parentesi acustica, la chitarra, la voce e l’armonica di Neil diventano un tutt’uno e si fondono in un’alchimia eterea: “Heart of Gold”, “From Hank to Hendrix” e “Old Man”, eseguite consecutivamente, rappresentano un terzetto da brividi, un manuale da seguire per chi vuole tentare, sfidando le difficoltà, di scrivere una canzone. “Throw Your Hatred Down” e “Love and Only Love” riportano il discorso alla matrice grunge dello show, aggressiva e socialmente e politicamente impegnata. Dopo “Rockin’ in the Free World” arriva l’encore, dove Neil regala ancora gemme: “Like a Hurricane” provoca un pregevole sing along da parte degli spettatori, viene solo abbozzata – purtroppo! – “Roll Another Number (For the Road)”, che Neil abbandona immediatamente, e la conclusione è affidata all’ottima “Piece of Crap”, che tra le righe affronta un discorso ecologico estremamente attuale. Cala il sipario: tra mezz’ora sarà la volta di Bob.

E Bob, sempre puntuale, sale sul palco alle 20:32. Porta un cappello nero a tesa larga, una giacca bianca e una camicia scura, ed è accompagnato dalla band che lo segue da anni, priva da ottobre 2018 di uno dei chitarristi e divenuta di quattro elementi. Il set piuttosto rigido che Dylan propone da molto tempo ha subito, nel corso degli anni e dei mesi, tante variazioni interne, e già l’apertura regala una novità: anziché la “solita” “Things Have Changed”, Dylan apre lo show – come era accaduto due giorni prima a Stoccarda – con “Ballad of a Thin Man”. Dylan suona il piano per tutto lo show e solo in un brano, la meravigliosa “Can’t Wait”, blues demoniaco interpretato con la furia di chi davvero non può aspettare, Bob canta in piedi al centro del palco. In tre pezzi (“Simple Twist of Fate”, con grossa parte dell’ultima strofa modificata nel testo proprio in questo tour estivo, “When I Paint My Masterpiece” e “Make You Feel My Love”) Dylan suona anche l’armonica, regalando assoli dolcissimi e sognanti. “Highway 61”, altro blues di rara bellezza che Dylan canta con durezza e divertimento, scatena il pubblico, che danza ossessivamente sospinto dai fraseggi di piano del Nostro e dalle sferzate chitarristiche di Charlie Sexton. “It Ain’t Me, Babe” non è mai uguale a sé stessa: talvolta Dylan la canta con un andamento sommesso, sinceramente dispiaciuto, mentre altre volte è cinico e menefreghista. A Londra prevale la seconda attitudine, e lo stesso dicasi per “Simple Twist of Fate”, il cui finale ora recita: “I let her under my skin / under my skin too late / I had another date / a date that could not wait”. Avevo un altro appuntamento che non poteva aspettare: mi dispiace, sono costernato… Dylan sorride di continuo, tiene il cappello per quasi tutto lo show e solo durante alcuni brani – tra cui i due pezzi dell’encore, che concludono la serata – lo toglie, sfoderando una capigliatura foltissima che si muove forsennata condotta dal vento inglese. La nuova “Like a Rolling Stone”, nell’arrangiamento che Dylan presentò per la prima volta nell’estate 2018, sembra essere stata pensata per evitare che il pubblico possa intonare il chorus, essendo sincopata e melodicamente diversa dall’originale. Ciò non accade, però: il pubblico riesce a gridare per tutte e quattro le volte il refrain e Dylan, sorridendo di nuovo, sembra gradire.

Il Nostro, però, non è solamente allegro e divertito: alterna questo suo stato d’animo, infatti, con un invasamento bacchico portentoso e spietato. Ripete, quasi a sé stesso, la formula del ritornello come se la stesse chiedendo a sé stesso: “How does it feel? I said: How does it feel?”. Il pubblico è in estasi, il poeta sta declamando i suoi versi. Il pubblico canta, sì, ma spesso resta in silenzio perché è Dylan che vuole ascoltare, l’autore che interpreta le sue stesse opere. Non avremo mai la fortuna di ascoltare Dante recitare un passo della Commedia o di vedere Shakespeare dirigere l’Amleto. Godiamoci Dylan, oggi, che canta e dirige le sue stesse opere. Con “Thunder on the Mountain” e “Gotta Serve Somebody”, brano che precede l’encore, il pubblico ricomincia a danzare convinto; in mezzo, “Soon After Midnight” aveva reso l’atmosfera romantica e un poco sinistra. L’encore con “Blowin’ in the Wind”, interpretata magistralmente e adorata dal pubblico, e con l’impetuosa “It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry”, blues mefistofelico, chiude un concerto splendido e dall’intensità straordinaria. Non c’è stato nulla di nostalgico a Hyde Park, nessuna celebrazione di un qualche passato sepolto né un revival fine a sé stesso. Tutto questo è servito, semmai ce ne fosse stato bisogno, a mostrare al mondo quanto Dylan e Young siano rilevanti ancora oggi. Ci salveranno dal baratro, ancora una volta, l’energia di Neil, un folk-punk rocker dall’animo nobile, e l’eleganza e la sensibilità di Bob, un poeta-hobo perennemente on the road. (Samuele Conficoni)