Sono presenti 293 recensioni concerti.


FKA TWIGS "Live Fabrique Milano 29-11-19"
   (2019)


ROBERTO VECCHIONI "Live Teatro Alessandrino Alessandria 16-11-19 "
   (2019)

tutte recensioni concerti


recensioni concerti

BON IVER   "Live Castello Scaligero Verona 17-07-19"
   (2019)

Sette anni sono un’eternità – questo l’intervallo di tempo trascorso dall’ultimo show di Bon Iver in Italia –, ma la magia del forever ago di Justin Vernon e della sua creatura trasforma ogni cosa in un eterno presente, lontano da qualsiasi contingenza, mercificazione o banalizzazione. L’electro-folk che praticamente lui stesso ha inventato è fotografia nitida e al medesimo tempo vivida dei tempi incerti, appassionanti e pericolosi nei quali viviamo. La tensione di un cupo presente e il timore e la speranza nel guardare il domani affollano le canzoni di Bon Iver, sempre in equilibrio tra pace e disastro, una sorta di “paradiso turbato”, per citare quella splendida definizione che Maynard Solomon utilizzò per alcune creazioni di Mozart nella sua celebre biografia del compositore austriaco.

Ritornano in Italia, dunque, sette anni dopo, a tre anni di distanza dal loro ultimo album, 22, A Million, e prossimi a pubblicare la loro quarta opera in studio. Benché sia probabilmente la caducità il concetto chiave che caratterizza la sua produzione, Vernon popola ogni angolo della sua arte di speranza convincente e convinta, un ricreare e un ridisegnare un certo tipo di mondo che era andato bruciato e perduto e si può ricostruire soltanto guardandolo in una vecchia foto. I circa 9000 spettatori del Castello Scaligero di Villafranca di Verona, cornice meravigliosa, la più adatta che si potesse trovare per un evento di tale portata, questo lo sanno bene, e tentano, insieme a Vernon, di ridare colore a qualcosa che nel tempo è diventato sbiadito e corrotto. Dal folk intimista del disco d’esordio For Emma, Forever Ago a quello più strutturato e al tempo stesso decostruito del disco omonimo del 2011 fino ad arrivare all’elettronica cantautorale di 22, A Million, il percorso, fino a oggi perfetto, di Justin Vernon non può che sfociare nello show al quale abbiamo assistito. Rifiutando con forza qualsiasi tipo di ragionamento a compartimenti stagni, Vernon ci consegna una fotografia che è quella dell’artista maturo che smussa e modella a suo piacimento il proprio repertorio, offrendo al pubblico nuove questioni forse irrisolvibili, non smettendo mai di stimolare domande e indicare potenziali salvezze. Per questo motivo, le suggestioni si rincorrono in maniera quasi nevrotica, perché le questioni che Vernon porta alla luce riguardano noi tanto quanto riguardano lui. Per questo la scaletta, la scelta di ciascun arrangiamento e l’apparato visual che gli sta dietro le spalle sono tutti elementi significanti e cruciali.

Quasi tutti i brani vengono eseguiti in maniera tagliente, avvolgente, forse persino labirintica. Lo shanghai di voci di “45” e “Creeks” evolve in virtuosismi vocali che Vernon maneggia abilmente, lui che della voce e degli esperimenti su essa ha fatto uno dei punti cruciali della propria poetica. “Skinny Love” è l’unico brano che non subisce variazioni di alcun tipo nell’arrangiamento e l’unico che Vernon suona da solo. I brani più sperimentali di 22, A Million diventano un campo aperto di forze dove Justin, che guida la band con sicurezza, può operare in totale libertà, modificando – spesso profondamente – le linee vocali delle canzoni, esasperando le manipolazioni elettroniche del proprio timbro di voce e provando a chiudere il circle con molte delle sue tantissime fonti di ispirazione, dal gospel della magnifica Mahalia Jackson, una canzone della quale passa negli altoparlanti durante la pausa tra la prima e la seconda metà dello show, alla canzone d’autore anglosassone.

Questo approccio influenza anche la resa dei brani tratti dai primi due album del gruppo o dai loro EP, come “Holocene”, “Calgary”, “Blood Bank”, “Towers” e “Perth”, la cui componente sperimentale si espande fino a trasformarle in canzoni in qualche modo diverse, la cui natura è cambiata, e che oggi possono condurre in parte un’altra esistenza. Di fronte a capolavori del genere la nuova canzone “Hey Ma” pare indicare una nuova direzione possibile, che Vernon forse ci mostra soltanto e, nel mostrarcela appena, subito nasconde e abbandona. Dove sassofono e voce diventano un tutt’uno, come in “715 – CREEKS”, o dove i due batteristi – fenomenali – convergono insieme alla chitarra di Vernon per creare un crescendo improvviso e quasi inaspettato, come in “Creature Fear” e in “Wolves”, ecco che quasi a sorpresa il brano finisce o ritorna sui suoi passi in maniera mirabile, lasciandoci con un raggio di luce che cambia colore o uno schermo che diventa nero d’improvviso; lì, come anche nei brani più acustici, come “Flume” e “For Emma”, c’è sempre qualcosa – ecco il “paradiso turbato”! – che in qualche modo non torna, che ci rende inquieti, che ci fa applaudire incantati e rapiti ma ci lascia un milione di dubbi.

Ma è questo lo scopo di Vernon, che sa raccontare con grande umiltà e con una sensibilità straordinaria la fragilità della condizione umana, non solo quella interiore ma anche quella esteriore. Dove tutto sembra diventare matematica (“33 ‘GOD’”, “666”), assenza (“For Emma”), linguaggio cifrato (“29# Strafford APTS”, “22 OVER SOON”), luoghi inesistenti, inventati per far perdere le tracce di sé (“Minnesota, WI”), inadeguatezza o temporaneità (“Holocene”: l’epoca nella quale viviamo o l’epoca nella quale scompariremo?), interviene un sentire che è fisico e vivo, che picchia nelle nostre orecchie, spronandoci, incoraggiandoci, forse anche spaventandoci, ma provocando, in un caso o nell’altro, una reazione obbligata. Di fronte a uno dei concerti più rilevanti dell’anno in Italia, le sensazioni che restano sono soprattutto meraviglia e stupore. Tuttavia, nel profondo, giace silenzioso quel senso di smarrimento, dolore e mancanza, che ci ricorda che la bellezza fa male e chi la vive – chi la crea, soprattutto – è destinato a non avere mai pace. (Samuele Conficoni)