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NICK CAVE AND THE BAD SEEDS "Live Arena di Verona 04-07-22"
   (2022)


THE ROLLING STONES "Live Stadio San Siro Milano 21-06-22"
   (2022)

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THE ROLLING STONES   "Live Stadio San Siro Milano 21-06-22"
   (2022)

Dopo i Ghost Hounds, da Pittsburgh, PA, dopo svariate ola sugli spalti e poco dopo le ventuno, l’omaggio a Charlie Watts sui maxi schermi. Quindi l’annuncio: “Ladies and gentlemen… The Rolling Stones!”. E via con “Street Fighting Man”, consumata apripista contenente il verso tanto caro a Bruce Springsteen: “Well now what can a poor boy do ‘cept to sing for a rock’n’roll band?”.

Poi, un salto nel passato remoto, con “19th Nervous Breakdown”. Di nuovo avanti, ai primi ’70, con “Tumblin’ Dice”, da “Exile On Main St.”, e ancora indietro, con “Out Of Time”, da “Aftermath”. Mick coinvolge il pubblico, San Siro risponde prontamente. “Avete cantato benissimo, Milano”, commenta alla fine della canzone. Seguono due brani da “Sticky Fingers”: la country “Dead Flowers” e “Wild Horses (“Musica cinese del cazzo” cit.) in un tripudio di torce degli smartphone, i nuovi accendini.

“Milano, siete famosi per il canto, adesso tocca a voi, ah?”. E arriva così Il primo monumento: “You Can’t Always Get What You Want”, con Il coro della la folla di 57.000 anime di nuovo ad accompagnare Jagger. Segue “Living In A Ghost Town”, l’ultima nata in casa Stones e pubblicata durante il lockdown, con le immagini delle città deserte che scorrono sul fronte del palco sagomato sulle sinuosità del tongue and lips logo.

Il pezzo non è così rodato e stenta a far presa sul pubblico, ma del resto lo sa bene, Mick: quando al David Letterman Show gli venne chiesto quali fossero le dieci cose più importanti che aveva imparato dopo cinquant’anni di Rock’n’Roll, in decima posizione mise: “Nessuno vuole sentire niente dal tuo nuovo album”.

Jagger parla col pubblico in buon italiano, probabilmente perfezionato durante il lungo soggiorno siciliano in tempo di pandemia, durante il quale avrebbe anche comprato una casa, a Portopalo di Capo Passero, in provincia di Siracusa. Tra un brano e l’altro ricorda che “questo è il nostro primo tour europeo senza Charlie, e ci manca tantissimo”. Dice che è bello ritornare sul palco (dopo le due date saltate causa infezione da SARS-CoV-1- ndr) anche se è più caldo del quinto girone dell’Inferno [Non credo tu sia stato nei cessi di San Siro, Mick, quello era l’inferno, altro che il palco - ndr]. Dice che la prima volta che suonarono In Italia risale a 55 anni fa, “grazie di essere ancora qui con noi”.

L’inconfondibile cowbell in solo introduce “Honky Tonk Women”. Il concerto è ormai nel suo pieno e il suono è compatto, alla faccia dell’acustica dello stadio, che non è delle migliori. Mick presenta l’ensemble e, come da copione, cede la scena al “gemello” Keith. Richards, che a differenza di Jagger non sembra essersi addentrato nei meandri della nostra lingua, introduce la sua performance con un “Alla faccia di chi ci vuole male” (l’aveva già detto a Lucca nel 2017). Accompagnato da Ronnie Wood alla chitarra slide, suona e canta la bellissima “You Got The Silver” e poi “Connection” da “Between The Buttons”, album della fase psichedelica, da molti considerato un disco di transizione, perlomeno nell’edizione europea. Alla fine della performance solista di Keef, la ben nota risata, seguita da: “God bless you all!”.

Torna Mick, con la chitarra, per la parentesi dance. Mi piace pensare che sia il tributo che Keith debba pagare per aver beneficiato della ribalta: “Miss You”, con tanto di solo di basso dell’ottimo Darryl Jones. Quindi, la sinfonia blues, “Midnight Rambler”, il blues di Chicago, “che non ha la sequenza di accordi di un blues, ma è blues puro, e il suono viene dritto da lì” (cit.). In una delle scene attraverso cui si sviluppano i quasi 12 minuti dell’opera, gli Stones interpolano anche una citazione del padre maledetto del genere, Robert Johnson: “Come On In My Kitchen”.

Il concerto volge alla termine e i ragazzacci inanellano una serie di intramontabili, esplosive hit: “Start Me Up”, “Paint It Black”, “Sympathy For The Devil”, con Mick che domina il palco, diventato rosso fuoco per l’occasione, avvolto in uno spolverino nero glitterato. “Jumping Jack Flash”, con il riffone di chitarra di Richards a un volume devastante.

Gli Stones escono e rientrano per i bis. “Gimme Shelter”, con Keith non esattamente in bolla e Mick che duetta con la potentissima (e sexyssima) Chanel Haynes, cantante gospel delle Trin-i-tee 5:7, a riempire il non motivato vuoto lasciato da Sasha Allen. In sua vece, per tutto il concerto ci sono state altre tre coriste. Chiude “Satisfaction”. I tre Stones superstiti avanzano sulla passerella per inchinarsi al pubblico.

Di Mick Jagger, che, appena uscito dal Covid, a quasi 79 anni, non ha un grammo in eccesso e che durante il concerto si lancia in uno scatto da centometrista lungo la passerella, non parlerò. Neanche di Keith Richards, a tratti abbigliato con i colori della bandiera Ucraina, e neppure di Steve Jordan, che se non si può dire che non faccia rimpiangere Charlie, lo ha sostituito egregiamente. Mi limito a dire che gli Stones ci sono, e che spero, per lungo tempo ancora, “Alla faccia di chi gli vuole male”. Chi sarebbe, poi, non lo sa nessuno. (Andrea Fabbris)