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VINTAGE VIOLENCE   "Live Legend Club Milano 15-03-24"
   (2024)

Non nascondo che oramai provo un certo qual disagio nell’andare ai concerti.

Cioè, dipende: se è in una qualche location comoda, adatta a gente di mezza età, e dove si possa stare seduti, va ancora bene. Ma stare in piedi due o tre ore, la coda al bar per la birra, l’odore di canne, la gente sudata che sgomita, il concerto che inizia a mezzanotte, no dai: trent’anni fa ero da quella parte della barricata, ma adesso come adesso non è il caso. Per questo motivo, ultimamente vado più a teatro che a sentire musica, ed ho diradato la mia presenza ai concerti a tal punto da non recarmici praticamente più.

Però, dipende. Dipende da chi suona. Occorre valutare: soppesare costi/benefici, piacere/disagio. Per chi sarei disposto a farmi venire mal di schiena e a sopportare i rutti al retrogusto di Ceres del tizio coi dread che mi sta a un metro? Bella domanda.

Ecco: la sera di venerdì 15 marzo, al Legend di Milano, ci sono i Vintage Violence.

Andiamo dunque con la fredda analisi costi/benefici.

Prezzo del biglietto via Dice, 11,50€: una sciocchezza, costa 10€ andare al cinema. Non serve neanche la tessera dell’Arci – che devo ricordarmi di rinnovare, che sbattimento! – e posso farlo online. Positivo.

Luogo del concerto: a sette minuti di macchina da casa mia.

Giorno: venerdì, domani neanche lavoro.

Ora prevista dell’inizio: si direbbe accettabile, a quanto mi hanno spifferato.

Band: una delle poche ad avermi folgorato – ho detto: “folgorato”, non “colpito” o “interessato” – negli ultimi dieci anni. Che ad una certa età, ribadisco, le passioni che ti porti dietro sono poi quelle dei tempi che furono, e lo spazio per il nuovo si assottiglia, anche se di musica ne devi ascoltare e provare ancora tantissima, per poterne scribacchiare come faccio io. Tocca stare aggiornati, ma a volte vorresti solo passare un pomeriggio coi Cure in cuffia, per dire, altro che Yard Act, Squid o Friko.

Quindi: tutto ciò vs. scomodità complessiva e fatica generale. Vince il sì, piuttosto agevolmente. Propongo l’affare a Luca, col quale ho visto la gran parte dei concerti in una vita intera. Lui non conosce i Vintage Violence, gliene ho parlato un po’, non ha voluto ascoltare niente, sorpresa, si fida di me. Lo invito a cena, pizza e gelato, poi guida lui, non mi devo neppure preoccupare del parcheggio, tanto in zona ce n’è. Lascio a casa moglie e figlia, entrambe fan accanite, ma una ha la tosse e l’altra ha scuola domani.

Arriviamo al Legend alle nove, c’è già parecchia gente che beve birra e fuma cose. Al controllo biglietti mi sento vecchissimo, però se guardo attorno tra baldi giovani e ragazzette che potrebbero essere nostri figli, vedo esseri che i quaranta-e-passa suonati li hanno eccome. Rinfrancante, dai: mi consolo.

Il Legend lo conosco: fuori, sembra un lounge bar da aperitivi, coi tavoli all’aperto in un giardinetto e la Milano-Meda che scorre a dieci metri, una roba molto molto urban; dentro, è un capannone con giusto quattro muri, un altro angolo bar e il mixer. Abbastanza spazioso, tiene almeno 300 persone, che stasera ci sono tutte, eccome.

Nove e mezza: sale sul palco Gio Ui, che è bionda, cordiale e tosta. In formazione temporaneamente a due, senza il “batteraio” – così lo chiama – e con la nuova bassista Caterina, fa una decina di pezzi elettrici, un po’ in italiano un po’ in inglese. Sa il fatto suo, tiene bene il palco, ha una voce interessante che a tratti mi ricorda Giorgieness. Bella la cover di “Per niente stanca” di Carmen Consoli, apprezzabili altri brani come “Jenny”, “Nebbia”, “Trappola” e “Circolo vizioso”. Opinione personale: meglio in italiano che in inglese, mostra la sua spiccata personalità in modo più efficace. Il pubblico gradisce. Le ragazze finiscono intorno alle dieci e un quarto, la coda al bar è pressoché continua, la penombra è quella classica in questo tipo di venue, gente che va, gente che viene, facce indistinte. Ripeto: età media apprezzabile, dal mio punto di vista. Mi sento meno fuori posto, meno male, e poi pure la band viaggia agevolmente sulla quarantina, è gente con famiglie, figli, lavori normali. Confortante.

Nel quarto d’ora successivo, Rocco & soci si sistemano il palco con encomiabile vena operaia. “Sì, ma quindi che genere fanno?”, mi chiede Luca a due minuti dall’inizio. Veniamo entrambi da una vita di ascolti off di gente scorretta e indisciplinata, quindi nessuna paura, mica siamo collegiali ad un concerto di Burzum. “Te l’ho già detto cento volte: sembra una specie di punk, ma non lo è. Suonano veloce, fanno rumore. Cantano in italiano”. “Di dove sono?”, domanda. “Provincia di Lecco, o giù di lì”. Annuisce sotto il berretto, che non toglierà mai. Verso le dieci e mezza abbondanti (Luca, ricordi quando vedemmo i June of ’44 al Tunnel? Iniziarono alla una e mezza, finirono alle tre e mezza, ed era un lunedì: non lamentiamoci) i ragazzi sarebbero anche pronti, ma ci sono due problemi. Primo ostacolo (cit.): il microfono di Nico non funziona. Secondo: Nico dov’è?

Risolto il primo problema, il secondo si risolve da sé: Nico sbuca dalla tenda del backstage, iniziano le danze. Apre “Astronauta”, e si capisce già dove si andrà a parare, ma non c’è da stupirsi: in epoca di autotune e di cantautorato che pesca dalla trap, fa sempre un piacere vedere gente seminuda a testa in giù che si massacra sotto il palco ad un claustrofobico concerto rock.

“Musica rock”: vi comando queste parole, scolpitele nel vostro cuore.

Il basso spara un po’ troppo, il suono non è perfetto come al solito, ed ho anche l’impressione che ci sia qualche problema nell’incastro con la metrica del canto, come se l’amalgama rivedibile di basso e batteria portasse un po’ fuori Nico, ma forse no. Temo il peggio, ho anche portato l’ospite, ma nei quattro minuti della canzone al mixer aggiustano la faccenda, a posto così.

Seguono i due minuti scarsi de “I non frequentanti”, per la gioia dei poganti incalliti, poi arriva il classicone “Dio è un batterista”, dopodiché smetto di memorizzare la sequenza, perché comunque sarò pure ancora brillante, ma – non so se l’ho già detto – ho una certa età, e la testa è quella che è. Intorno, molto entusiasmo. On stage, un Nico come sempre centratissimo e vocalmente indiscutibile continua a dispensare la saggezza di Rocco su un tappeto di accordi secchi e tesi (cit. di gran moda), riff a raffica ed un martellamento della ritmica che mi ha fatto temere per le coronarie di Ben, anche se Roberto – va detto – maneggia il suo basso con una serenità che fa ben sperare.

Appoggiato alla parete di destra, ad una ventina di metri dal palco, perché è meglio non rischiare, ed attaccato all’estintore, che non si sa mai, mi godo il gioioso fracasso con sincero godimento. Davanti a me c’è una giovane coppia: stanno insieme per qualche canzone, poi lui la saluta e si dirige verso il centro del macello, lasciandola lì, fuori pericolo. Sono carini, lei lo invita ad andare, che non si preoccupi, lo aspetterà lì, vai pure vai pure. Nel frattempo, passano “Abbronzarsi il culo” e “Comunione e liberazione”, “Raiuno” e “Il nuovo mare”, le due tranche di “Capiscimi”, una violentissima “Primo ostacolo” ed il nuovo singolo “Sono un casino”, non necessariamente in questo ordine. “Tema” non so perché non la facciano mai, o almeno mai quando li vedo io. Durante “Piccolo tramonto interiore”, con Nico che per qualche minuto si libera dello sguardo stralunato e del ghigno sardonico e si accoccola sul microfono in una posa quasi à la Vasco, il ragazzo torna dalla morosa, che vorrebbe sbaciucchiarlo, ma lo guarda e si astiene, date le condizioni disperate di lui, che è in un bagno di sudore, in debito d’ossigeno e con la maglietta fradicia. Carini da morire. Lui rifiata, poi prende coraggio e si rituffa nella mischia.

Intanto, in ordine sparso: Nico brandisce una stampella, trovata non so dove, durante “Finiremo tutti in ospedale”; mostra e fa girare tra le prime file una bottiglia di amaro (era proprio Braulio? Non so) su “Neopaganesimo”, all’inizio della quale premette: “Questa è la mia parte preferita del concerto”; si lancia sul pubblico in “Metereopatia”, ma quando torna su, gli si è staccato il cavo dell’in-ear, deve cantare senza, bene così; a un certo punto, due sconvolti salgono sul palco - forse ancora durante “Metereopatia”, ma non ci giurerei – per offrire il loro sbracato contributo vocale alla performance. Lì nel mezzo del pit c’è movimento, non è mai cessato, del resto di pezzi lenti e/o meditativi i ragazzi ne hanno ben pochi e si guardano bene dal proporli. Ottimo.

Come annunciato qualche giorno prima, nel finale si presenta sul palco nientepopodimeno che il re Mida Enrico Gabrielli, il quale presta il suo sax molto free alla devastante accoppiata formata da “I funerali” e “Zoloft”. The end, sigla, sipario? Ovviamente no. Il moroso-Ulisse, sopravvissuto alla seconda ondata di marosi in tempesta, torna di nuovo dalla sua Penelope, ancora più malmesso di prima, discretamente stravolto. Ma manca ancora la chiusura col botto: rifiata un attimo, giusto il tempo che la band esca e rientri per i bis. Pensa se ributtarsi nel gorgo, ma è esausto. Lei lo guarda amorevole, non dice nulla, poi lui fa segno di no con la testa, lei fruga nello zainetto e gli dà una maglietta asciutta per cambiarsi. Decide di fermarsi per la cinquina finale, che ricordo nel giusto ordine: “Il processo di Benito Mussolini”, “La chiave” (con ospite al microfono Gianpiero Kesten, voce di Radio Popolare), “Dicono di noi”, una “Caterina” che dà fondo alle residue energie dei devastati fronte palco e soprattutto l’abituale chiusura di “Senza paura delle rovine”, rallentamento triste, amaro e intimo, che quasi mi commuove ogni volta che la ascolto e che riporta tutto a casa, con Nico che se ne va prima della coda strumentale e Rocco in piedi sulla pedana della batteria a torturare la Fender come si conviene. Ci tenevo a dire che Nico ha tenuto addosso il giubbottino di pelle fino alla fine, togliendolo - se non erro - solo per l’ultimo brano. Quanta compostezza, ça va sans dire.

Bòn, sipario davvero stavolta. Verso l’uscita, dove ci sono finalmente luce e aria, mi guardo intorno: a occhio, c’è anche qualcuno di più vecchio di me e Luca. Ho mal di schiena perché sono in piedi da due ore e mezza, figuriamoci Luca, che tre mesi fa è caduto dalle scale e si è fracassato un po’ di ossa e bucato un polmone, però sono contento. Sono piaciuti anche a Luca, e questa è cosa buona e giusta, oserei dire una garanzia di sicuro successo: dice che sono bravi e suonano bene, che i testi sono interessanti, ognuno con un messaggio diverso, dice che la voce si sente perfettamente – cosa mai scontata quando si fa musica così – e che ne valeva la pena, quindi penso che i Vintage Violence possano considerarsi soddisfatti del giudizio della corte.

E’ un venerdì sera di marzo in un angolo di Milano nord con vista superstrada, mi gira nelle orecchie il ritornello de “Le bariste dell’Arci” (che non hanno fatto, e mi dispiace), ho 52 anni abbondanti, ed in questo momento dell’anagrafe impietosa non m’importa un granché. (Manuel Maverna)