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THE CURE "Live Toyenparken Oslo 12-08-26"
   (2026)


THE CURE "Live Parkbuhne Wuhlheide Berlino 12-07-26"
   (2026)

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THE CURE   "Live Toyenparken Oslo 12-08-26"
   (2026)

Mentre il tour si sta avvicinando alla conclusione, ci siamo fatti il regalo di vedere la band in una delle date più distanti da casa, ovvero in uno dei parchi più belli della capitale norvegese.

Non una prima volta per i Cure al Toyen Festival che vide la banda Smith suonarci nel 2019, nella precedente organizzazione dei concerti estivi. La non immensa location del parco e l’ottima collocazione del main stage rendono sufficientemente superabile l’attesa, mentre una certa curiosità la conserviamo anche per l’imminente eclissi solare, prevista praticamente in concomitanza con l’ingresso dei nostri (in realtà il cielo nuvoloso non mi farà accorgere di nulla).

Il mio processo di avvicinamento a Parigi si era fermato a quella tre giorni berlinese; tre concerti segnati dalla paura e dalla incertezza. Pochi giorni dopo la partenza, invero, i fan poterono salutare il ritorno di Simon Gallup sul palco, con un recupero fisico che, ancora oggi, lascia dell’incredibile.

L’inizio è per “Alone”. E il brano d’apertura, lo sappiamo, ha un compito e un peso superiore a qualsiasi altro. Il pezzo che aprì l’ultimo in studio centra in pieno l’obiettivo, risultando una suite che non ha fretta di partire ma che lascia il tempo a tutti e a Robert Smith di godersi l’ingresso al meglio.

Come consuetudine, la seconda traccia è per “Pictures of you” ed è qui che iniziamo a mettere in pausa il film della memoria per catturare anche i più piccoli gesti vissuti sul palco. Ci piace notare, allora, durante la frase “Remembering you, fallen into my arms”, un Robert che abbraccia la sua chitarra elettrica, compagna fedele e prolunga diretta delle sue braccia, in un gesto che sancisce il rapporto simbiotico con il suo strumento, come a tenere stretto qualcosa carico di vita autonoma, più che uno strumento musicale.

“Fascination street”, una delle più ispirate della giornata, parte con un’introduzione di circa tre minuti in cui la chitarra di Robert Smith è l’elemento praticamente impossibile da imitare per qualsiasi altro musicista, tanto da diventare una firma dell’insieme, archetipo del suono di un gruppo che si identifica con una persona, una sorta di attestato di riconoscimento della musica dei Cure. Poi arriva la sua voce (La voce) e, quella, proprio scordatevi di imitare perché è sua e sua soltanto, rappresentandone il sigillo definitivo.

“A night like this” è proposta verso la fine del set principale. Le immagini (3 giorni a Nimes) ci hanno fatto scoprire una guest nella famiglia Cure. Durante l’esecuzione del pezzo, arrivò l’assolo con il sax di Gabriel, figlio diciassettenne di Jason Cooper. E parlare di famiglia non è improprio, se si conoscono anche solo marginalmente le scelte di Robert Smith; per essere nei Cure devi avere un collante, forte e preciso con il passato e con i membri del gruppo, secondo una logica che ha fatto prevalere il legame, prima del musicista.

L’intervento di Gabriel Cooper, inoltre, riportò la canzone ad una versione quanto più simile a quella in studio che praticamente, in quella forma e struttura, non venne mai riproposta live (con l’assolo prima di competenza di Porl Thompson e… ahinoi poi da Reeves Gabrels).

Dopo i sopraccitati fatti di Berlino, un occhio più attento lo rivolgiamo a Simon Gallup. Il suo tocco, le sue linee di basso (potenti, ma dolci allo stesso tempo), sono il collante perfetto che rende i Cure un gruppo e non solo sei ottimi musicisti sul palco.

Il pubblico norvegese si presenta tutt’altro che freddo, ma pare, tuttavia, poco “esperto”, mancando alcune reazioni o gestualità che normalmente fungono da accompagnamento ai musicisti.

“Inbetween days” infiamma e porta sorrisi. L’inserimento del brano d’apertura di “The head on the door” all’interno del main set e non nei bis pop non è casuale, ma frutto di una scelta sempre accurata della scaletta, in cui un pezzo più arioso diventa fondamentale quale collante con altri brani più carichi di pathos; e in questo “Inbetween days” raggiunge sempre l’obiettivo, specie se accompagnato dall’altro tiro mortifero di “Just like heaven”.

Un pensiero va spesso a quella parte del palco (alla destra del capitano), quando solo nell’ultimo tour c’era un altro musicista. Il dolore e la tristezza nel non vedere quell’anima gentile di Perry Bamonte non è certo un dato trascurabile e poco conta se il suo apporto in quel 2022 fu solo marginale; i fan lo considerarono sempre uno di loro e certi valori contano molto di più rispetto al peso specifico su un palco. Insomma quel vuoto è una presenza che ci inchioda a ricordi del passato.

Non mi è difficile inquadrare il momento più alto di oggi, fissandosi nel tripletta da “Seventeen seconds”. “Secrets”, “Play for today” (ma dove sono finiti i cori del pubblico?) ed “A forest” sono eseguiti al meglio per un momento che odora di introspezione, partecipazione, ballo e poi magia.

“Endsong”, invece, quando la senti ti riporta sulla terra a suon di schiaffi in faccia, sonori (certamente), ma ancora di più attraverso quelle parole così desolanti a cui è impossibile rimanere insensibile.

Ultimi rientri (in realtà più di dieci canzoni) secondo lo schema ampiamente conosciuto, dove è il pop a essere di casa. Tre estratti da “Japanese whispers” (boia chi non balla!) e la coppia “Close to me”/“Friday I’m in love” sono la faccia più solare della band e ti sembra davvero di respirarla quella leggerezza e quel divertimento.

In conclusione, non è una sorpresa ascoltare “Boys don’t cry” che la band pesca come degna conclusione della serata. Il singolo, rivestitosi a nuovo quest’anno con una recente riedizione, non smette di essere una gemma pop dal tocco agrodolce. Lui si diverte ancora un botto a cantarla e noi, inebetiti, rimaniamo lì, aspettando il suo prossimo “See you again”. (TESTO E FOTO: GIANMARIO MATTACHEO)