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OUGHT "Live Ohibò Milano 11-11-18"
   (2018)


BABA SISSOKO "Live Nadir Padova 08-11-18"
   (2018)

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LOW   "Live Rainbow Club Milano 29-05-2007"
   (2007)

In un martedì qualunque di un freddo giorno di maggio qualunque, ci rechiamo al Rianbow Club di Milano per assistere allo show degli americani Low, convinti che lo spettacolo che vedremo sarà uno spettacolo del tutto ordinario. Sì, insomma, uno spettacolo qualunque: ma ci sbagliamo. Il celebre locale del capoluogo milanese rimane, anche con il passare del tempo, intatto nel suo fascino “underground”; è un locale vero non costruito a tavolino per fare ballare i giovani o per strumentalizzare la corrente musicale del momento. In questa cornice, stanno per salire sul palco i Low, pronti a presentare “Drums & guns”, fresco e ultimo lavoro in studio, uscito per l’etichetta SUB POP. I Low si possono considerare un po’ come i pionieri di quel rock minimale e sommesso che, ormai più di un decennio fa, venne definito POST ROCK e che vede tra i più grandi esponenti anche gli scozzesi Mogwai, gruppo entrato nelle grazie di un certo Robert Smith, primo depositario della musica oscura. Le attese, dunque, sono alte perché gli americani, da quel “I could live in hope” (brillante esordio del 1994), non hanno praticamente mai conosciuto una flessione artistica ed ogni loro uscita discografica è stata accompagnata dai favori della critica e da un consenso da parte di un pubblico che, con costanza, ne segue affettuosamente le performances live. Il trio si forma a Duluth-Minnesota, nel 1993, ne fanno parte i coniugi Alan Sparhawk (voce e chitarra) e Mimi Parker (percussioni e voce), alternando diversi bassisti fino al recente ingresso di Matt Livingstone. Si intuisce, da subito, che il loro aspetto ed il loro modo di presentarsi è esattamente pari alla musica che producono: gentile, apparentemente ordinaria, umile e modesta: i tre non sono e, soprattutto, non vogliono fare le rockstar. Le prime note dello show ci mostrano un gruppo che parla la lingua della psichedelia. Quello che ascoltiamo nel coinvolgente intro musicale è un rock acido, ossessivo e ripetitivo nel quale i tre musicisti si combinano perfettamente realizzando trame sonore decisamente piacevoli, ancorché di semplice esecuzione. Da “In silence” arriva anche un po’ di ritmo ed una maggior partecipazione da parte del pubblico. Le voci di Sparhawk e Parker sono altrettanto ben in sintonia e si sovrappongono con tempi e modalità davvero notevoli, creando atmosfere già conosciute con i Cowboy junkies. Si ha la sensazione che anche tra le loro voci sia nato un felice connubio (artistico) come quello (reale) tra i due leader del gruppo. Il concerto prosegue alternando brani storici con i più recenti di “Drums & guns”. Tra questi, particolarmente apprezzate risultano “Pretty people”, “Take your time” e la già citata “In silence”. Ogni brano, invero, si concatena perfettamente nell’altro. Sono estratti di lavori differenti (come è ovvio in un concerto), ma esiste un’idea di continuità davvero sorprendente. I musicisti dialogano pochissimo con il pubblico (forse non ce ne è bisogno) e l’unico che rivolge qualche parola è Sparhawk, che funge un po’ da portavoce della band. È proprio lui, infatti, che chiede al pubblico quali siano le canzoni con cui vorrebbero finire la serata. E il pubblico partecipa al gioco; c’è chi chiede con forza “Words”, chi “When I go deaf”, chi “Don’t understand”. L’ultimo regalo è proprio per “When I go deaf” nel quale Sparhawk ci fa vedere di essere anche un discreto virtuoso dello strumento e ci lascia, probabilmente, con il miglior pezzo dell’intera serata. Questo dei Low (definiti anche i capifila della cosiddetta “scuola della lentezza”, ma capaci di improvvise ed importanti accelerazioni) è stato un concerto vero, un’esibizione di carattere eseguita da musicisti con un’identità ben definita ed una sperimentata sicurezza nei propri mezzi. Elementi che il trio non manca di trasmettere al pubblico, senza giri di parole e senza alchimie di sorta, dando vita a un live show da consigliare anche ai non appassionati e a chi voglia comprendere quali emozioni possa trasmettere un concerto. E, forse, è proprio questa la loro formula vincente. (Gianmario Mattacheo & Silvia Campese)