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LOREDANA BERTE' "Live Teatro Politeama Catanzaro 20-09-18"
   (2018)


PUBLIC IMAGE LTD. "Live Rocca Malatestiana Cesena 29-07-18"
   (2018)

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recensioni concerti

BLESSED CHILD OPERA & EL-GHOR   "Live S.I.R. Roma 13-06-2007"
   (2007)

Dopo i palloncini colorati e la levità dei Perturbazione, il S.I.R., al secondo appuntamento, cambia luce e si lascia avvolgere dalle atmosfere lunari dei Blessed Child Opera (foto) e degli El-Ghor. Questa sera siamo al coperto: meglio, perché stiamo per assistere a uno spettacolo di pura intensità che richiede attenzione ed è bene non farsi distrarre dal cielo nero qui sopra o dal mare lì, a pochi passi. Implosioni ed esplosioni: ci sono gli El-Ghor sul palco e il post-rock europeo si unisce alla new wave transatlantica. E’ un gruppo, questo, che ti attira a sé pur essendo a tratti respingente come può esserlo una persona timida. Respingente è “Cane”, un sussurro, quasi un lamento, con cui i quattro aprono il loro set: Ilaria, al basso, sta seduta e ci rivolge il fianco e la linea del suo perfetto carrè; Luigi canta, sussurra, occhi chiusi e chitarra in mano; Francesco alla batteria non trattiene il sorriso quando il tasso emozionale sale; Luca alla chitarra lascia che il suono, contratto, si ossigeni come accade in “Rugiada”, pezzo in cui gli El-Ghor si fanno accoglienti ricordando gli Interpol meno plumbei e seducendo tutti i presenti, definitivamente. “Sans lumiere” e “Sans logique” sono i pezzi in francese che caratterizzano questo gruppo: all’estero il loro “Dada Danzè” è stato molto apprezzato, merito sicuramente di questa commistione così naturale tra lingue, stili, attitudini. Merito sicuramente di Paolo Messere che con la sua etichetta, la Seahorse, ha prodotto e arrangiato l’album: stasera Paolo Messere è con i suoi Blessed Child Opera, il progetto che ha ideato dopo i fasti di Silken Barb e Ulan Bator e che, al primo album, è arrivato anche negli Stati Uniti. Potrebbe tirarsela, Paolo: con un curriculum così, dovrebbe farlo. Invece no: al S.I.R. ci dona sé stesso, raggiungendo con la band punte d’intensità disarmanti, come in “Polish me” o “Everything touch me”. Qui all’Open Bar siamo muti, rapiti, inermi: molti fissano i quattro trascurando la birra che hanno in mano, perché questa musica sequestra gli animi. Non vorremmo pagare il riscatto però, è una dolce prigionia la nostra. I BCO ti staccano la pelle, ogni cosa tocca anche noi questa sera. L’eco dei suoni fluidi ed evocativi di “Happy Ark” rimane nelle nostre orecchie: non si può fare altro che raggiungere il mare, lì, a pochi passi, e lasciarla svanire, lentamente. (Emanuela Lantieri - dnamusic.it)